Il commento Da Sivori ad Alex, quando il dieci è una carezza d’autore

Un dieci che vale dieci. Anche in pagella e non solo in quella di Madrid. Ieri i quotidiani italiani si sono posizionati in prevalenza sul nove. Solo qualcuno ha azzardato il voto massimo. Molti avranno pensato: ma c’è un limite al meglio di Del Piero? E se un giorno ci stupisse ancor di più? Avremmo finito i voti. Meglio tenersi la scorta. Capita con i professori a scuola, figuratevi se non può capitare con i giornalisti che sono ben più dispettosi. Al Bernabeu, Del Piero ha realizzato il sogno di una vita e lasciato il segno di una vita. La standing ovation dello stadio l’ha incoronato più di voti e di aggettivi. Erano tre anni che il pubblico del Santiago Bernabeu non si alzava in piedi per applaudire il matador del Real: il 19 novembre 2005 toccò a Ronaldinho. Real affossato 3-0 dal Barcellona, ma quel piede brasiliano valeva il gusto della partita.
Ci sono cose che da un grande giocatore ti aspetti. Ma quando lui le realizza, ti stupisci ancora di più. Così è stato con Del Piero e con la punizione dalla posizione preferita. Tutto lo stadio si diceva: può segnare, vediamo se lo fa. E lui l’ha fatto. A quel punto ci resti bene, ci resti male, non sai come restarci. Ma capisci la grandezza del giocatore. E sono pochi quelli che ti lasciano così interdetto. Soprattutto sono quelli che carezzano la palla. Non tirano, non calciano, non colpiscono. Semplicemente carezzano. Le punizioni di Alex sono carezze come lo erano quelle di Roberto Baggio o di Mario Corso, di Gianni Rivera o di Maradona, di Zico e Ronaldinho. Così toccava il pallone Zidane, così gli parlava Platini.
La carezza è un’arte ed il segno di una virtù. Non solo nel calciare. Non a caso la galleria di campioni appena citata ha lasciato l’impronta nel pallone. Vengono alla mente immediatamente, senza mediazioni. Poi ciascuno gli regali la posizione che vuole. Ma forse tutti partiranno da Maradona e Baggio. Dici calcio e pensi a loro, oltre a Pelè, Di Stefano, Valentino Mazzola, Meazza, Puskas, Sivori, Van Basten, Ronaldo e qualche altro. Del Piero non ha mai smesso di carezzare il pallone, ma in questi ultimi anni ha ritrovato una tranquillità che prima era ansia, insaziabilità, egoismo, determinazione senza confini. Tre-quattro anni fa sembrava sul viale del tramonto, comunque non adatto per giocar da punta come gli piaceva, non passava più l’avversario.
Oggi tutto questo non gli serve, segna altrettanto se non meglio, alterna momenti di gran vena ad altri di gramigna, non smette di sbuffare quando l’allenatore lo sostituisce, ma si diverte a spiazzare portieri, avversari, critici e tecnici. Non è migliorato, semplicemente è diverso. Tranne nell’arte di carezzare il pallone. Lo ha dimostrato anche con il gol di sinistro ad annichilire Cannavaro e Casillas, con quella mossetta che gli ha permesso di trovare uno spiraglio di luce. Solo un campione sa cambiare piede di tiro con tale riflesso e tanta stordente naturalezza.
Quarantasei anni fa un gol di Sivori sconfisse il Real al Bernabeu. Mercoledì ci ha pensato Del Piero: probabilmente non è solo un caso. Il pallone sa illuminare i giocatori che ne nobilitano la storia. Con una punizione Del Piero stese il Real Madrid, a Torino, dodici anni fa, stesso stile, stessa carezza. Erano i quarti di finale e quell’anno la Juve vinse la Champions. Oggi la sua percentuale di gol su punizione supera il 34 per cento, nelle coppe sono 11. La magia della punizione spesso abbaglia gli altri gol. Ma ora Del Piero è cresciuto nella media delle reti pesanti. Quest’anno è tutta una sinfonia. Ma cos’è un campione, se non quello che ti tira fuori dai guai nei momenti difficili? Non c’è età che ti fermi. Dieci non è solo un numero di maglia. E’ l’incanto del football.