Il commento La Somalia rischia di diventare un altro Afghanistan

Se la guerra contro i pirati somali comincia a dare qualche risultato, quella contro gli islamici di Shebab, un gruppo strettamente collegato ad Al Qaida che controlla già tutto il sud del Paese, sta andando malissimo.
Non solo le formazioni estremiste, che ovunque prendono il potere applicano una forma particolarmente rigida e feroce della Sharia, hanno stretto la capitale Mogadiscio in una morsa, ma stanno mettendo a repentaglio la stessa sopravvivenza del nuovo governo di Sheik Sharif Ahmed. L'aspetto più grave è che l'organizzazione di Bin Laden, in difficoltà in Pakistan, sembra decisa a trasformare la Somalia meridionale nella sua nuova base operativa, finanziando l'arrivo di guerriglieri arabi, uzbeki, ceceni e pakistani e soprattutto il ritorno di giovani somali emigrati in America, Gran Bretagna e Italia e convertiti alla causa jihadista. Il risultato è che la vecchia guerra tra clan che imperversa nel Paese dal 1991 sta lasciando il posto a una guerra di religione, con lo Shebab, di stretta osservanza wahabita, schierato contro gli islamici moderati sostenuti dall'Occidente. Lo scontro sta diventando così feroce che i Sufi, noti in tutto l'Islam per il loro pacifismo, si sono decisi a prendere a loro volta le armi per evitare di essere schiacciati dai fanatici legati ad Al Qaida.
Gli Shebab avevano già tentato di impadronirsi della Somalia due anni fa e furono fermati solo dall'intervento, sollecitato dall'America, dell'esercito etiopico. Ma i gennaio gli etiopi, frustrati nel loro tentativo di riportare l'ordine e odiati dalla popolazione, se ne sono andati, lasciando solo 4.000 imbelli soldati dell'Organizzazione per l'Unità africana a puntellare il governo. Per cercare di salvarlo, la comunità internazionale ha stanziato 213 milioni di dollari per reclutare 6.000 soldati e 10.000 poliziotti, ma l'operazione procede a rilento. Intanto gli Shebab, che hanno trovato un leader carismatico nell'ex signore della guerra Hassan Aweys, legato all'Eritrea, sono in preda all'euforia: non solo sono convinti di conquistare entro breve tempo tutta Mogadiscio, ma starebbero anche progettando di globalizzare la loro jihad, completa di attentatori suicidi (negli ultimi mesi ce ne sono stati una trentina) esportandola a Nairobi, ad Addis Abeba e addirittura a Londra. Oltre ai soldi che gli arrivano da Al Qaida, ne ricavano altri dalla pirateria, dalle estorsioni e dalle donazioni delle varie diaspore, quella italiana compresa: di conseguenza, sono meglio equipaggiati sia dei reparti governativi, sia delle truppe ugandesi e ruandesi dell'Oua, che Aweys ha bollato di «microbi da eliminare». Come l'Occidente riuscirà a fermarli stavolta, è un mistero: il governo di Sheik Sharif Ahmed è debolissimo, i signori della guerra dei clan del nord arruolati in altre occasioni non sembrano interessati e la guerra alla pirateria complica tutto. Purtroppo, della Somalia sentiremo di nuovo parlare presto.