Il commento Su Raiuno un Paolo VI ridotto a Papa di Aldo Moro

Non era facile portare sugli schermi una figura complessa come quella di Paolo VI, il Pontefice timoniere del Concilio, che ha dovuto prendere sulle spalle l’eredità di Giovanni XXIII portando a compimento ciò che il «Papa buono» aveva iniziato e guidando la Chiesa negli anni turbolenti e drammatici della contestazione post-conciliare. Un Papa quasi schiacciato dalle figure del predecessore e dei successori, al punto da essere quasi dimenticato. Il messaggio che è passato dalla fiction confezionata dalla Lux Vide di Bernabei e dalla Rai è stato dunque certamente positivo, soprattutto se paragonato alle altre offerte televisive concomitanti, e ha contribuito a presentare sotto una luce diversa la persona e l’opera di Papa Montini.
Ma c’è da chiedersi se quello rappresentato sui teleschermi e interpretato da Fabrizio Gifuni – al quale va il merito di essersi sforzato di entrare nel personaggio, tentando anche di imitare la cadenza bresciana – fosse davvero Paolo VI. È innegabile, infatti, nell’evoluzione delle fiction dedicate alle biografie dei Pontefici, che in quanto a qualità complessiva del prodotto, la parabola sia stata discendente. Non tanto e non solo per la sovrabbondanza di semplificazioni e di banalizzazioni storiche, che pure nella trama sono state tante, anzi troppe: da Montini che lavora ai Patti Lateranensi cercando di convincere il Papa Pio XI a non trattare con Mussolini (quando è provato dai carteggi che l’allora giovane minutante della Segreteria di Stato non sapeva assolutamente nulla delle trattative e anzi rimase alquanto sorpreso e stupito all’annuncio dei Patti), all’amicizia con Aldo Moro che – grazie evidentemente a una qualche macchina del tempo – viene caricato di almeno una decina d’anni in più e inserito tra i «fucini», i giovani militanti universitari cattolici seguiti da Montini fino all’inizio degli anni Trenta, cioè in un’epoca in cui lo statista democristiano vittima delle Br aveva in realtà solo quindici anni e ancora non si occupava di politica né di studi accademici. Dai dialoghi improbabili di Montini che alza la voce con Papa Pacelli, al Concilio ridotto – sia come rappresentazione che come dialoghi – a una riunione di condominio, anzi, meglio, a un reality show con due schieramenti contrapposti e grida da pollaio, ambientato in una chiesa di campagna. Per non parlare della banalizzazione di certe figure, come quella di don Macchi, ridotto a un subalterno non particolarmente acuto; quella di Giovanni XXIII (no comment!) o quella di padre Giulio Bevilacqua.
Si dirà che certe semplificazioni sono esigenze di copione, e questo è in parte vero, anche se un po’ più di attenzione alla storia e ai caratteri dei personaggi sarebbe stata possibile senza stravolgere la trama già imbastita e tutta incentrata sul caso Moro e sul terrorismo, evento che occupa troppa parte del film. Non si capisce però per quale motivo si siano espunti dalla ricchissima biografia di Paolo VI eventi quali l’attentato subito a Manila, il fatto che il Papa facesse penitenza indossando il cilicio, le sue drammatiche e famose parole sul «fumo di Satana» che attraverso qualche fessura era entrato nel tempio di Dio. Parole certo non politicamente corrette, ma che forse avrebbero contribuito a dare un’immagine più realistica di Papa Montini. Così come non si capisce perché omettere il gesto clamoroso del Pontefice che all’improvviso, nella cappella Sistina, nel dicembre 1975 (decimo anniversario dell’abrogazione delle scomuniche tra cattolici e ortodossi) si avvicina al metropolita Melitone di Calcedonia, rappresentante del patriarca di Costantinopoli, e prostrandosi a terra gli bacia il piede.
Insomma, onore al merito per aver tolto dall’oblio Papa Montini, un Pontefice che ha sempre manifestato una grande attenzione per l’arte in ogni sua manifestazione e che anche per questo meritava certamente qualche sforzo in più.