Il commento La svolta di Ankara e le sirene dell’Islam

La Turchia è ancora un mediatore attendibile fra Israele e mondo islamico? L’unico Paese in grado di coniugare la sua storia di laicità con l’Islam, ciò che ne ha fatto addirittura un candidato all’Unione Europea? Nei giorni scorsi, Tayyp Erdogan si è lanciato contro Shimon Peres a compimento di alcune settimane in cui aveva detto che Israele deve essere cacciato dall’Onu; dopo aver presenziato al summit di Doha con Ahmadinejad e Assad accusando Israele di crimini di guerra; dopo aver affermato che «Allah punirà Israele per Gaza» e che «le azioni di Gerusalemme la porteranno alla distruzione». Il ministro degli esteri Ahmet Davutoglu ha offerto a nome del suo Paese una mediazione fra Hamas e Fatah, mentre nei giorni della guerra emissari turchi hanno viaggiato per tutte le capitali arabe, snobbando Gerusalemme. La Turchia si gioca così il ruolo di mediatore fra Israele e la Siria, 3,5 miliardi di dollari di volume d’affari con Israele, una amicizia strategica di grande rilievo che coinvolge anche gli Stati Uniti.
I motivi della scelta di Erdogan sono basilarmente tre: elezioni, religione, affari. Un insieme che conduce a un cambio di alleanze strategico, e che in generale ci mostra quanto sia importante e pericolosa oggi nel mondo la sirena islamista. Le elezioni si svolgeranno in marzo, e l’elettorato dell’Akp, il partito neo-islamista, è entusiasta della svolta filo Hamas; inoltre Erdogan è sempre impegnato in una battaglia molto dura contro le istituzioni eredi della secolarizzazione di Kemal Ataturk, l’esercito e la giustizia. Tra i 40 arrestati di poco più di due settimane fa ci sono tre generali e nove ufficiali, sospettati di un complotto antigovernativo. Erdogan ha anche deciso di utilizzare i suoi legami religiosi con l’islamismo nella maniera più decisa: nell’ultimo anno è stato accolto ad Ankara il presidente sudanese Al Bashir, proprio mentre la Corte dell’Aja lo accusava di genocidio; Erdogan lodava l’applicazione della Sharia (la legge islamica) in Darfur e lodava Al Bashir per «aver risolto il conflitto». Clamorose soprattutto le accoglienze turche al presidente iraniano Ahmadinejad: Ankara gli ha concesso di partecipare alle preghiere con un bagno di folla alla Moschea Blu, ripreso in diretta dalla tv, mentre in genere i capi di Stato pregano nella moschea di Dolmabahce, riservata a ciò dal protocollo. I due premier hanno firmato due accordi, uno di cooperazione strategica e l’altro per investimenti nel gas iraniano. Inoltre, la Turchia trova un’attiva simpatia iraniana nel combattere i curdi, cosa invece che né l’Europa né gli Usa le garantiscono.
La Turchia è divenuta oggi un Paese in cui una manifestazione di 200.000 persone ha marciato gridando «morte a Israele» e anche «morte agli ebrei», e Erdogan è stato festeggiato in tutto il mondo arabo per la sua uscita a Davos. E gli israeliani abituati a viaggiare in massa verso le coste Turche, stanno cancellando le prenotazioni. La Turchia forse ha cercato sponde diverse perchè è stata troppo a lungo respinta snobisticamente dall’Occidente, ma certo ora dà buone ragioni a chi vuole continuare a farlo. Il punto interrogativo è la prospettiva di lunga durata: la sua scelta di riallineamento potrebbe essere semplicemente la leva ben innestata nella questione dei gasdotti per ricordare all’Europa il pericolo che comporterebbe una Turchia nemica. La minaccia è quella di un affossamento definitivo del progetto «Nabucco», il gasdotto in cui spera l”Europa per bypassare il dominio russo e in prospettiva quello iraniano.