Il commento La tragica miopia degli intellettuali

Quando giunse in redazione, la notizia dell’arresto in massa dei vertici del terrorismo italiano - era, appunto, il 7 aprile 1979 - ci colse impreparati. Un blitz del genere lo invocavamo da tempo, ma con poche, pochissime speranze di vederlo realizzato. Ma giunse inaspettato, per ragioni opposte, anche agli altri, la grande massa degli altri che tenevano bordone ai terroristi, che se ne facevano intellettualmente complici e per i quali le Br erano sempre e comunque «sedicenti». «A me queste Brigate rosse fanno un curioso effetto, di favola per bambini scemi o insonnoliti - scriveva Giorgio Bocca - e quando i magistrati e gli ufficiali dei Cc e i prefetti cominciano a narrarla, mi viene come un’ondata di tenerezza, perché la favola è vecchia, sgangherata, puerile, ma viene raccontata con tanta buona volontà che proprio non si sa come contraddirla». Noi eravamo i bambini scemi e insonnoliti, tanto scemi e tanto insonnoliti da accasarci nel quotidiano fondato da Montanelli proprio in moto di ribellione ai Bocca, agli Ottone, alle Zarine, ai membri dei Cdr in veste di Commissari del popolo, alle intere redazioni e ai molti salotti bene che ammiccavano, quando proprio non si schieravano con le bande eversive. Fu, quello del giornalismo italiano, un caso di demenza collettiva. A scorrere oggi l’elenco dei firmatari del manifesto di denuncia del commissario Calabresi vengono i brividi: c’è tutta la nomenklatura della stampa quotidiana. Eppure, quel 7 aprile 1979 avrebbe potuto chiudere i conti, capitolando di fronte alla maestà della legge. E in effetti qualcosa parve muoversi in quel senso, sotto la specie di timide, farfuglianti ammissioni, ma in seguito, passato lo shock nel vedere Toni Negri, Piperno, Scalzone e gli altri ideologi di Potere operaio e di Lotta continua in manette, l’infatuazione per le barbute «avanguardie del proletariato» coi loro mortiferi «assalti al cielo» ebbe il sopravvento. E prese corpo una campagna tesa a smantellare il «teorema Calogero». Ancora Bocca, che ai quei tempi scriveva: «I cosiddetti “ambienti giudiziari” hanno violato in lungo e in largo il segreto istruttorio, messo in giro notizie false, diffamazioni nella certezza che sarebbero state scritte e riprese nonostante le smentite». Ma era battaglia di retroguardia, lo sfoggio di un garantismo che da Mani pulite in poi sarebbe stato ripudiato.
In verità, lo sbertucciato «teorema Calogero» fu una coraggiosa inchiesta giudiziaria sul disegno eversivo (e terroristico) di Autonomia operaia e Potere operaio. Senza le quali le Br non avrebbe avuto quel ruolo che invece si ritagliarono. Che Calogero avesse capito tutto lo dimostrarono i fatti: col 7 aprile calò il sipario sull’eversione di matrice rossa. Ci fu ancora una vittima, il sindacalista comunista Guido Rossa, però l’onda del «riflusso» aveva ormai preso corpo e vigore: la guerra civile era finita, anche se non nei cervelli di chi l’aizzò. Gli irriducibili sono infatti ancora lì a cincischiare sul «teorema Calogero», mentre i protagonisti degli anni (formidabili, per Mario Capanna) di piombo balzano da una cattedra all’altra per magnificare gli ideali, se non addirittura i valori, della lotta armata e del proletariato al potere. E a noi scemi e insonnoliti ci tocca pure l’accusa di avere avuto torto nell’aver avuto ragione. Ma è belato di pecora e lascia il tempo che trova.