Il commento Turchia al voto: la Ue «tifa» contro Erdogan

Da quando ha avviato i negoziati per aderire alla Ue e si è proposta come cerniera tra l'Occidente e il mondo islamico (tanto da essere stata preferita da Obama all'Indonesia come primo Paese musulmano da visitare), la Turchia vive perennemente sotto i riflettori: ecco perché le elezioni amministrative di oggi, che mobiliteranno 48 milioni di elettori, sono assurte ad avvenimento di importanza internazionale. Il premier Recep Erdogan, leader del partito islamico moderato Akp che, appena qualche mese fa, si è salvato dalla dissoluzione per «attentato alla laicità della Costituzione» solo grazie a un verdetto della Suprema Corte raggiunto con la più risicata delle maggioranze (7 a 6), ne è talmente conscio, che durante la campagna elettorale ha visitato 67 delle 81 province e tenuto 70 comizi.
Dopo avere ottenuto nelle politiche del 2007 il 46,6% dei voti, che gli ha fruttato una maggioranza schiacciante in Parlamento, Erdogan spera di confermare questo successo, portando alla vittoria il suo partito anche nel Sud Est curdo che finora gli è rimasto ostile e di strappare all'opposizione la città di Diyarbakir, sede della più importante base aerea Usa del Medio Oriente. Per fare pace con una minoranza che da sempre lotta contro il potere centrale ha autorizzato l'apertura di una Tv curda e istituito cattedre di curdo in alcune università, ma la strada della riconciliazione è ancora lunga. Per giunta, il premier rischia di scontare gli effetti della crisi economica, che ha colpito la Turchia sotto forma di un rapido aumento della disoccupazione, un sensibile calo del Pil e una perdita di valore della lira. Gli avversari lo accusano anche di avere gonfiato artificialmente le liste elettorali e di avere usato fondi pubblici per distribuire regali agli elettori, tanto che una interrogazione su queste irregolarità è stata presentata perfino al Parlamento europeo.
Nonostante l'assoluzione della Corte suprema, non c'è dubbio che, sotto Erdogan, la Turchia sia diventata un po' meno laica e un po' più islamica, con grande inquietudine del vecchio establishment. Uno dei sintomi di questa deriva è il crescente numero di ragazze che vengono uccise, o preferibilmente indotte al suicidio dalle famiglie, perché contravvengono ai precetti del Corano. Ciò nonostante, gli americani continuano a portare il premier in palma di mano, e, nonostante la sua clamorosa lite con Israele per Gaza, puntano ora su di lui per agevolare l'auspicato dialogo con l'Iran. Gli europei, invece, sono diventati più diffidenti: il processo di riforme richiesto alla Turchia per aderire alla UE procede a rilento, lo stile dell'uomo diventa sempre più autocratico e la mano dello Stato più pesante. Per esempio, alla vigilia delle elezioni Aydin Dogan, il maggiore editore del Paese, risoluto oppositore del governo, si è visto rifilare una multa per presunta evasione fiscale di 500 milioni di dollari.