Il commento La Ue vuol colpire la lobby dei banchieri Londra li difende

Tony Blair era laburista, ma era venerato dai banchieri della City londinese, un grande, fedele alleato. In Germania Gerard Schroeder, quando era cancelliere, aveva dimostrato di essere molto sensibile alle lusinghe del mondo finanziario, come, peraltro, in Italia Romano Prodi, ex consigliere di Goldman Sachs. E se volgiamo lo sguardo agli Stati Uniti, scopriamo che a permettere la deregolamentazione dei mercati finanziari fu Bill Clinton, quando il Tesoro era guidato da Rubin, poi diventato numero uno di Citigroup. Negli ultimi quindici anni raramente un governo di sinistra ha tentato di limitare lo strapotere di quella che oggi chiamiamo la casta dei banchieri. Anzi, ha contribuito attivamente al suo irrefrenabile sviluppo.
E oggi? Nulla è cambiato. A invocare regole e controlli, dettati se non altro dal buon senso, sono i governi di centrodestra: quello di Sarkozy a Parigi, della Merkel a Berlino, di Berlusconi a Roma, ben consigliato di Giulio Tremonti. E quelli di sinistra? Non hanno cambiato rotta. A cominciare da Washington, come noto. Barack Obama viene considerato l’uomo del cambiamento, ma certo non dalle dodici principali banche americane che grazie a lui e soprattutto del ministro del Tesoro, Timothy Geithner, stanno tornando agli antichi fasti, senza aver concesso nulla in cambio, se non accorgimenti di facciata.
Eppure il G20 si era chiuso promettendo riforme per ridurre gli eccessi e i rischi provocati dalla nuova, diabolica, ingegneria finanziaria. Già, ma è bastato un mese di rialzi in Borsa per distrarre l’opinione pubblica e far sparire il tema dall’agenda internazionale. O meglio: l’Unione europea ha mantenuto gli impegni e a tempo di record ha preparato una proposta di riforma, concreta e secondo alcuni incisiva, perché prevede criteri più severi per le banche d’affari e i fondi d’investimento, sia sulla raccolta fondi che sulla capitalizzazione. Con una clausola: le società finanziarie che vogliono operare nel Vecchio Continente devono essere domiciliate nell’Unione europea. Ma attualmente il 90% dei fondi hedge è americano e domiciliato in Paesi cosiddetti off-shore, cioè nei paradisi fiscali.
La Gran Bretagna è insorta. E chi è il primo ministro londinese? Gordon Brown, erede di Blair e, ovviamente, laburista; il quale dopo aver speso decine di miliardi di sterline per salvare le banche dal fallimento, ora si batte come un leone per difendere Jersey e Guernsey, le due isolette che, pur essendo britanniche, hanno uno statuto off-shore. Il sospetto, tuttavia, è che intenda preservare soprattutto i colossali interessi dell’industria hedge. Con il tacito, seppur irriducibile consenso di Obama, che è inflessibile quando deve fustigare la piccola Svizzera, ma assai vago se sollecitato a lottare contro certi interessi. Quegli interessi; sempre gli stessi.
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