Il commento Il vicolo cieco della scorciatoia etica

Che il Grande Pettegolezzo sul divorzio del Premier abbia le caratteristiche di un attacco politico in piena regola ormai è chiaro. Fin dalla famosa «discesa in campo» di Berlusconi, la sinistra si è impegnata più a distruggerne la figura che a costruire una forte proposta alternativa. Prima si è investito tutto sulla gioiosa macchina da guerra, ritenendo Berlusconi un fenomeno transitorio ed effimero, poi c’è stato il sostegno alla procura milanese e alla girandola di avvisi di garanzia e di processi, accompagnato dalle campagne sul conflitto di interessi; e ancora l’amplificazione di ogni articolo sulla stampa straniera sulla presunta inadeguatezza del leader, le accuse sull’uso della comunicazione, sulle sue venature populiste, sulle sotterranee tendenze autoritarie, e così via. Ogni arma si è rivelata spuntata, o si è ritorta contro chi la usava, producendo l’attuale sconfortante situazione del centrosinistra. L’attacco giudiziario è scemato, insieme alla credibilità della magistratura come potere davvero sopra le parti, e Berlusconi si è rivelato capace di sottrarsi con una veloce mossa laterale ad ogni tentativo di inchiodarlo a un’immagine fissa, e di depotenziarne il carisma popolare.
Da qualche tempo le polemiche si sono concentrate sulla moralità privata del leader, in particolare sui suoi rapporti con le donne e con la famiglia. Non si tratta soltanto dell’ultimo appiglio per delegittimare il leader avversario, ma anche della conseguenza indiretta di scelte politiche. Berlusconi non è più quello degli inizi, il portatore di una cultura liberale mai davvero penetrata nel nostro paese, che valorizzava l’iniziativa individuale, la libera impresa, e che veniva sprezzantemente liquidata come «liberismo selvaggio». Il clima culturale è cambiato, e il Pdl se ne è fatto interprete, affrontando una postmodernità problematica e talvolta destabilizzante, che comporta una profonda mutazione dei bisogni e delle paure. Cambiano le relazioni genitoriali, che sono a fondamento dell’umano, cambia il modo di nascere e morire, tutte cose che si ritenevano immutabili e connaturate alla condizione umana; cambia l’organizzazione del lavoro, la sua stabilità, e in alcuni casi la sua stessa dignità, in favore di un modello che necessita di formazione continua, flessibilità, adattabilità. Un modello con caratteristiche sfuggenti, spesso svincolato dalla produzione di beni materiali, da una concreta riconoscibilità. Questa grande transizione molti uomini del Pdl l’hanno compresa, penso per esempio a ministri come Tremonti o Sacconi, ma è sempre Berlusconi che è stato capace di incarnarla a modo suo, presidiando un nuovo terreno di richieste del paese attraverso un aggiustamento significativo della sua leadership. Qualche segno si è potuto cogliere già con la scelta di partecipare al Family day, e poi con la «rivoluzione del predellino», con il rafforzamento del carattere popolare del partito unico, con la straordinaria e umanissima partecipazione al caso Englaro, con la reazione immediata allo scenario di una Napoli invasa dell’immondizia, con la presenza continua a fianco dei terremotati in Abruzzo, con il discorso del 25 aprile.
Le questioni etiche diventano centrali, assumono oggi un peso mai avuto in precedenza, e l’opposizione lo intuisce, ma invece di rivedere le proprie posizioni sul testamento biologico, sulla famiglia, sul bisogno di sicurezza, reagisce di rimessa, utilizzando la crisi familiare del premier, assumendo toni moralisti inconsueti, dimenticando persino le proprie battaglie precedenti, per esempio quelle per portare in Parlamento personaggi come Luxuria e prima ancora Cicciolina, simbolo della trasgressione sessuale. Così si utilizza a man bassa una definizione dispregiativa come «veline» per poi accusare Berlusconi di battute offensive verso le donne, si sfrutta senza l’ombra della discrezione una storia privata, si fruga e si rovista, quasi fossero la Buoncostume, spacciando questi metodi per inchiesta giornalistica. Vorrei ricordare che nessuno, nel caso Sircana, si è precipitato a intervistare per strada i protagonisti per sapere se il portavoce di Prodi fosse passato in quella zona per caso, o se fosse un’abitudine. Allora abbiamo ritenuto questo atteggiamento una dimostrazione di civiltà, oggi sospettiamo fosse una semplice partigianeria. La sinistra ancora una volta cerca la scorciatoia tattica che non la porterà da nessuna parte. Ma è bene capire che in gioco non c’è la morale privata del premier, ma una visione di corto respiro della politica.
*sottosegretario al Welfare