Il commento Le vuvuzelas della violenza

È tornato il calcio di casa nostra. Roba brutta, risse furibonde tra tifosi, dovunque, al nord, al centro, al sud, non importante dove, importa come. Si va già di bastoni e coltelli, l’aggressione fa parte dello spettacolo valido per tutte le stagioni. Gli ultras si coalizzano per boicottare la tessera del tifoso. Elementare, il calcio è loro e vogliono gestirlo così, tra una lama di coltello e una dose di cocaina. Il daspo sembra il nome di un detersivo, le diffide fanno ridere i delinquenti e i vigliacchi, se ne fregano di tornelli e controlli, vanno dove vogliono, si seggono dove desiderano.
Il football italiano è questo, ormai, cafone e violento, in campo, in curva, in tribuna autorità, in tribuna stampa. Non sei nessuno se non ti fai riconoscere, se non ti schieri, se non appartieni a una fazione, a una squadra, a un dirigente. Le ultime disposizioni della Lega calcio, in armonia con la Rai che ha acquistato i diritti dell’evento, vieta a chiunque di trasmettere in audio e in video commenti, opinioni, cronache dagli stadi. Se la norma venisse davvero applicata (dico davvero perché conosciamo gli uomini e le loro debolezze) verrebbe smantellata la sala giochi di questi vent’anni, il teatrino di voci e volti che hanno fatto la storia della televisione locale e non soltanto, delle radio di ogni quartiere, urla strazianti dopo un rigore non concesso, orgasmi inenarrabili dopo un gol realizzato dai beniamini, crisi respiratorie dopo una vittoria, cali psicodepressivi dopo una sconfitta, tutto rigorosamente in diretta e in video, con la telecamera piazzata a centimetri due dal naso.
Dice: così si limita finalmente la violenza. Calma, incominciamo dall’alto. Chi ha suggerito agli speaker dello stadio, soprattutto di alcuni stadi, di annunciare i nomi e i cognomi delle formazioni come nemmeno nei comizi dei tiranni si usa fare e dire? Chi ha creato questi pagliacci con il megafono che per pronunciare le generalità di un calciatore o di un allenatore debbono assumere qualche sostanza particolare? I dirigenti non sono forse complici gaudenti di questo fenomeno volgare e paesano?
Il circo, non il circolo, è vizioso, difficile uscirne. I tifosi pensano di essere legittimati dai giornalisti urlanti e caricature di se stesse, i giornalisti così fanno perché altrimenti, con la semplice scrittura e grammatica da piola, non verrebbero riconosciuti. È un bell’andazzo e così si è arrivati alla polizia costretta a sparare in aria per tenere a bada il gruppo di delinquenti, come è accaduto a Pisa. Detto per inciso, ma fino a un certo punto, per costoro e per tutti gli altri protagonisti di misfatti che coinvolgono il calcio, boccio il carcere e promuovo i servizi sociali, la pulizia dello stadio insudiciato, quello delle latrine degli stessi impianti, il rifacimento di seggiolini, poltrone, maniglie, porte divelte durante i simpatici moti, il rifacimento, in carrozzeria, di auto, ambulanze, pullman danneggiati o dati alle fiamme. Ovviamente tutto a costo zero, come si usa ormai dire, perché se c’è una cosa poco gradita a questa orda è proprio il lavoro, quello duro, va da sé, senza salario.
Così come i giornalisti urlanti e straziati dovrebbero avere una patente a punti: ogni strillo, ogni volgarità, ogni denuncia non provata scatta la multa, per gli errori di italiano, con la morte del congiuntivo e parenti vari, non c’è più speranza. Ovviamente sto vaneggiando, è tutta colpa del caldo estivo. Non accadrà nulla di tutto questo, gli arbitri hanno detto che proteggeranno il gioco come non mai, i giornalisti ribadiscono che si atterranno alle regole, i tifosi saranno rispettosi dell’avversario, i calciatori onoreranno il fair play. Non è bello tutto ciò? Peccato che non corrisponda al vero; mazze, bastoni, coltelli fanno parte del bagaglio professionale del nostro meraviglioso pubblico, gli sputi, le gomitate e gli insulti sono di pertinenza di calciatori e giornalisti. Sono le nostre vuvuzelas. Si ricomincia sul serio, restate con loro.