Il commento/1 L’unico codice da applicare è la compassione

Il capitolo finale dell’Eluaneide - intitolo la tragedia col sacro rispetto che solo i classici greci e latini riescono a incutere - non mi convince, non è lineare, non è trasparente, occulta qualcosa di indicibile. Per cui mi sento in dovere di rivolgere al signor Beppino Englaro una spiacevole domanda, che mai avrei voluto porgli e per la quale mi scuso anticipatamente: perché non dona gli organi di sua figlia in modo che possano essere trapiantati su malati senza speranza? Cuore, reni, polmoni, fegato, pancreas, tutto ciò che di ancora funzionale c’è in lei. Sarebbe una decisione molto più utile dell’autopsia a scopo di ricerca contemplata nel «protocollo assistenziale» firmato dal professor Amato De Monte, che nella casa di riposo La Quiete da oggi accompagnerà Eluana verso l’unico riposo che lì non dovrebbe essere autorizzato, quello eterno.
Se la figlia «è morta 17 anni fa», come ha incredibilmente dichiarato lo stesso primario udinese al Tgr della Rai e come pensano il filosofo Gianni Vattimo e tanta altra brava gente, non dovrebbero sussistere remore di sorta. Forse nel suo altruismo, inferiore soltanto allo smisurato rigore civile, il signor Englaro ci avrà già pensato, almeno una volta. Ma immagino che si sia sentito obiettare che la donazione non è possibile. Secondo la legge, infatti, Eluana non è affatto «morta 17 anni fa», dal momento che non presenta i requisiti indispensabili per effettuare il prelievo degli organi: assenza di attività elettrica cerebrale, assenza di flusso ematico encefalico, assenza di respiro spontaneo, assenza di numerosi riflessi (faringeo, oculo-vestibolare, corneale) del tronco encefalico. In altre parole, a lei non si adatta la già di per sé controversa definizione di «morte cerebrale» fissata quarant’anni fa nel cosiddetto rapporto di Harvard e recepita dai nostri legislatori.
Anche se vi fosse il consenso del padre, l’espianto degli organi di una persona che non giace in stato di «morte cerebrale» si configurerebbe come omicidio. Primo mistero doloroso: per i giudici Eluana Englaro è quindi viva a tutti gli effetti, non è un cadavere. Eppure hanno deliberato che lo diventi e la sentenza è in corso d’esecuzione. Non è forse questa pena di morte?
Il decreto con cui la Corte d’appello di Milano ha autorizzato il distacco del sondino nasogastrico ordina che durante la prolungata agonia vengano somministrati alla sventurata donna «quei presidi atti a prevenire o eliminare reazioni neuromuscolari paradosse», tipo tremori e contrazioni, che sarebbero piuttosto impressionanti per chi assiste. Il «protocollo assistenziale» prevede, più esplicitamente, «l’eventuale modifica della terapia, qualora fosse insufficiente a evitare la comparsa di segni clinici di sofferenza». Secondo mistero doloroso: una ragazza «morta 17 anni fa» che soffre?
E qui si arriva alla questione cruciale. Quella che ha obbligato il Corriere della Sera a un titolo disteso su un’intera pagina benché di tre sole parole: «Ma Eluana soffrirà?». Quella che determina l’insistita richiesta di silenzio (persino da parte dell’Azione cattolica e del segretario generale della Conferenza episcopale italiana). Quella che comporta i turni di carabinieri, poliziotti e vigili urbani pagati col denaro pubblico davanti a una casa di cura privata, in ausilio alle guardie giurate con la pistola nella fondina arruolate dal signor Englaro, così riferisce lo stesso Corriere, per impedire l’accesso a chicchessia, e in special modo ai giornalisti. Quella che non consente la presenza nella clinica di una commissione medica esterna, nominata magari dal ministro della Salute, che tenga un diario accurato e imparziale di ciò che accadrà nei prossimi giorni, se non altro a fini scientifici, considerato che si tratta del primo caso in Italia. Quella che ha portato all’oscuramento del sito www.laquieteudine.it («al più presto sarà di nuovo online, l’azienda si scusa per il disservizio»), con una coincidenza temporale alquanto sospetta che ho appurato personalmente: la disattivazione è avvenuta alle 13.46 del 30 gennaio, una ventina di ore dopo che il vicedirettore della casa di riposo aveva annunciato all’Ansa: «Stiamo verificando un percorso per dire sì all’accoglienza di Eluana».
E dunque: Eluana soffrirà, privata del cibo e dell’acqua? Terzo mistero doloroso: non c’è un medico - uno che sia uno - in grado di rispondere a questa domanda, se non in termini di probabilismo. Per rendersene conto basta solo scorrere i pro e i contro che abbondano da settimane nelle pagine dei giornali. Ieri su Repubblica il neurologo Carlo Alberto Defanti, che segue la ragazza da tanti anni e ha partecipato alla stesura del «protocollo assistenziale», s’è contraddetto in maniera stupefacente. Nelle prime righe dell’articolo è arrivato ad affermare che morire per disidratazione «è uno dei modi più dolci che si conoscano»; nelle ultime righe, proprio rispondendo alla precisa domanda «Eluana quindi non soffrirà?», è stato costretto ad ammettere: «Non sarà mai possibile sapere se Eluana soffrirà. È infatti impossibile poter avere una certezza assoluta in questo senso. Io so se uno soffre solo se me lo racconta».
Nel mio mestiere di cronista ho avuto questa insperata ma non augurabile opportunità: imbattermi in un paziente in grado di raccontare. Si chiama Roberto C. e oggi ha 38 anni. Ne aveva 32 quando fu accolto in stato vegetativo al Don Orione di Bergamo, un centro clinico specializzato dove dal 1996 in poi, su 69 ricoverati in quelle condizioni, il dottor Giovan Battista Guizzetti ne aveva già visti risvegliarsi ben 11. Roberto C. fu il dodicesimo.
Operaio in una ditta per la produzione di gas, ebbe un’asfissia durante una manutenzione. Cadde prima in coma e poi, superato il coma, in uno stato vegetativo che durò 17 mesi. Una mattina, all’improvviso, sua moglie chiamò a gran voce la caposala Elena Viviani: «Venga, presto, Roberto ride!». La caposala accorse al capezzale. «Ciao, mi conosci? Sai dove ti trovi?», chiese al paziente. Lui assentì con un cenno del capo. Allora l’infermiera gli chiese: «Tua moglie si chiama Giovanna?». Lui fece cenno di no, e infatti il suo nome è Ilenia.
Di lì a qualche giorno il malato cominciò a parlare. E ricordò cose del passato che in teoria non avrebbe dovuto sapere. Le formiche, per esempio. Mentre si trovava in stato vegetativo, la moglie gli aveva raccontato che il loro giardino ne era invaso. E il dolore. Roberto C. aveva memoria dei bagni nella vasca, quando le infermiere lo calavano nell’acqua con l’aiuto di un paranco. Un’operazione per lui assai tormentosa, anche se il personale della clinica non poteva supporlo. Solo allora la caposala Elena Viviani rammentò che sulle gote del paziente, a ogni lavaggio, scorrevano copiose le lacrime. Riflesso involontario, aveva sempre pensato lei. «Macché, piangevo perché avevo paura della rete che mi sollevava, della vasca, dell’acqua. Temevo di annegare», protestò in ritardo lui, il «vegetale» che avrebbe dovuto non sentire nulla, non provare nulla. Ora, seppur paralizzato, Roberto C. è tornato a casa, a una ventina di chilometri da Bergamo. Pensa, parla, interagisce con moglie e figlia, si nutre da solo. Insomma, vive.
Si dirà: 17 mesi non sono 17 anni, per Eluana non c’è più alcuna speranza. Quarto mistero doloroso: chi lo stabilisce? Il Parlamento, è l’accusa che viene ripetuta di continuo, non ha mai voluto approvare una legge in materia, lasciando così alla magistratura la possibilità di esercitare una funzione di supplenza che non le compete. Ma a nessuno viene il sospetto che la legge non ci sia proprio perché nessuno sa come farla? L’inconoscibile. Il bene e il male. La vita e la morte. Si possono mettere ai voti? Ciò nonostante i casi Englaro (fra i 2.000 e 2.500 in Italia, secondo talune stime) non sono irrisolvibili, anzi paradossalmente sono quelli che hanno meno bisogno di norme giuridiche, perché a regolarli ogni giorno - anche oggi, adesso, in questo preciso istante - provvede da sempre il diritto più solenne che esista sulla faccia della Terra, quello che raramente gli Stati sanno amministrare, a differenza di medici, infermieri, suore e volontari. Si chiama codice della compassione.
Può anche darsi, come segnala un sondaggio a campione commissionato da Panorama, che 58 italiani su 100 siano d’accordo nell’interruzione del trattamento di idratazione e alimentazione assistita per Eluana Englaro, 30 contrari e i rimanenti 12 incapaci di rispondere o indifferenti. Ma ciò che appare inequivocabile a tutte le persone oneste è che su questo dramma il Paese risulta spaccato in due. Umanità e saggezza consiglierebbero di astenersi dal portare fino in fondo una decisione senza ritorno, soprattutto quando le contrapposizioni sono così laceranti. Se non altro per il principio di precauzione: i tuoi avversari potrebbero avere ragione e tu torto. In dubio pro vita.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it