Il commento/Avere la forza di sussurrare fra le urla

In questo circo che ha nome il Giornale, i più simpatici sono i tristi, o i depressi, o i falsi allegri (falsi non perché fingano, ma perché usano l’allegria come una forma di buona educazione, di rispetto per gli altri, ma sotto quell’allegria si avverte, eccome, il peso della vita). Uno che è andato da poco in pensione, a chi gli chiede «come va?» risponde immancabilmente «non c’è bene, grazie». Un altro ha scritto sul savescreen, cioè su quella roba che compare sullo schermo del computer quando il computer s’addormenta: «memento mori», ricordati che devi morire. Un altro ancora s’inventa una malattia al giorno, ma come battutista, quand’è in vena e l’Inter ha vinto, è al livello di Walter Chiari.

Di questo circo che ha nome il Giornale, Michele Brambilla è un po’ il presentatore: alto, gesti misurati, pacato. Una presenza rassicurante, per il pubblico. Ma quale pubblico, se stiamo chiusi qui dentro tutto il santo giorno senza vedere anima viva, a eccezione delle donne delle pulizie, la mattina, e dei ragazzi che portano le pizze, la sera? Il pubblico dei lettori, perbacco, anzi «del Lettore», al singolare e con la maiuscola. Le notizie, cioè i nostri numeri d’attrazione, i nostri trapezi, i nostri tripli salti mortali, le nostre tigri domate, lui le presenta senza alzare la voce, con il tono del cantante confidenziale anni Sessanta. Anche quando prende posizioni forti, lo fa con quella vena di disincanto e di pietas che è il suo marchio, la sua firma. E, cosa rara in chi se la prende spesso e volentieri con i conformisti, non cade mai nel più conformista degli atteggiamenti: l’anticonformismo. Proprio Viaggio nel nuovo conformismo italiano è il sottotitolo di una sua raccolta di riflessioni a voce alta (pardon, a bassa voce) in uscita fra pochi giorni per Mondadori.

Il titolo, Coraggio, il meglio è passato, è una citazione di Ennio Flaiano, uno che la sapeva lunghissima, sui vizi e sui difetti italici. Cattolico e per giunta praticante, Brambilla non esita a prendersela con la Chiesa. In particolare con quella che si rifà periodicamente il trucco seguendo l’onda del comune sentire spottarolo e che indosserebbe i jeans a vita bassa, se soltanto l’ombelico dei «don» fosse visibile ai fedeli, durante la messa. «Ho il sospetto - scrive - che la gente abbia cominciato a non capire più la Chiesa proprio quando la Chiesa ha cercato di farsi capire di più». Stigmatizza «l’ecclesialese», linguaggio figlio dei compromessi e del politicamente corretto. E difende chi si ostina a vedere nel prete semplicemente un prete (cioè, etimologicamente parlando, un «anziano», quindi un saggio, pur se fresco di seminario), non un «grottesco» modaiolo: «Esibire la fede non sta bene: come portare i calzini corti e mettersi le dita nel naso».

Giornalista di lungo corso, Brambilla punta il dito contro la sua categoria, sempre pronta a urlare a pappagallo nel megafono soprattutto ciò di cui non ha la benché minima cognizione. Gli ultimi mirabolanti frutti della tecnologia (vedi il «cyber-divorzio»), le ultime straordinarie scoperte della genetica (vedi l’Mha, cioè il «complesso maggiore di istocompatibilità», che poi sarebbe la cosa che ci fa innamorare di questa o di quello) e le ultime mirabolanti conquiste della medicina (che contraddicono puntualmente le penultime, ma, così facendo, vanno d’accordo con le terz’ultime...) sono tutte lì da vedere e da registrare, a futura memoria. Ipocondriaco, ma gaudente quanto basta; nostalgico, ma non retrogrado; conservatore, ma non al punto da lanciare una nuova crociata antimodernista per partito preso: Brambilla anche nel cognome si propone con una dose di normalità molto rassicurante, in tempi di eccessi esibiti e di gente che piscia sistematicamente fuori dal vaso. Infatti la sua linea di condotta, la sua filosofia ha un nome antico, quasi archeologico: buon senso (cfr. «senso del limite», pag. 30 e «senso della misura», pag. 80). Che non ha nulla da spartire, occorre dirlo, con quell’invadente aggettivo «civile» con cui oggi si guarnisce, come fosse zucchero a velo, ogni portata della società che per l’appunto si definisce «civile».

Ma più che giornalista e attento osservatore dei sempre più scostumati costumi, Brambilla è e si sente padre di famiglia. Nel suo ufficio sobriamente monacale del terzo piano, spiccano le foto di moglie e figli i quali, ne sono certo, non lo trattano come un «panda-papà» dei quali egli si fa paladino tanto da porsi l’inquietante interrogativo sul senso dello stesso ministero della Famiglia. E da rispondere così: «Evidentemente ormai la famiglia è come una calamità naturale o una specie a rischio estinzione: sposarsi è come prendere un panda in casa». Dalle gite scolastiche trasformate in tournée mondiali alle partitelle di calcio più tese delle finali di Champions; dai bamboccioni alle città paralizzate per un centimetro di neve; dalla pubblicità che sa sempre dove e quando venirti a pizzicare all’autodenigrazione che è il nostro secondo sport nazionale. È un’Italia dai colori talmente scialbi, quella disegnata da Brambilla, da meritarsi d’esser messa nero su bianco in quadretti che ci ricordano l’acutezza di un grande anti (o arci) italiano come Bianciardi.

Certo, il buon Lucianone non aveva a disposizione il caleidoscopio di Internet, né le meraviglie della genetica distribuite un tanto al chilo, né poteva prendersela con lo Stato Etico. Ma credo che oggi sottoscriverebbe il giudizio sulla natura «totalitaria» di chi vuol prendersi cura di te anche contro la tua volontà.

PS Un unico appunto. Nel capitolo dedicato al calcio, nel paragrafo in cui l’interista Brambilla veste i panni milanisti (!), ci fa dire: «Esiste un accostamento più brutto del rossonero, per giunta a strisce?». Qui eccepisco, dissento, m’indigno. Anzi, adesso scendo al terzo piano e vado a dirgli due paroline sul furto senza destrezza di Adriano nel derby.