«Il commercio ambulante? È un oligopolio»

Il consigliere Mollicone (Pdl): «Non si tiene conto della qualità del prodotto ma solo dell’anzianità Bisogna redigere un nuovo piano comunale»

Caldarroste in vendita a piazza di Spagna anche con il solleone. Camion-bar tutto il giorno ai Fori Imperiali, sotto il Campidoglio, davanti a monumenti, basiliche, fontane storiche. A Roma sono 2300 (di cui 1300 a rotazione) le postazioni ambulanti autorizzate all’occupazione di suolo pubblico. Un’invasione. Si badi: tutto è formalmente in regola. Permessi e autorizzazioni ci sono, delibere comunali e leggi regionali pure. Ma qualcosa non quadra. «Oggi le stesse famiglie titolari trent’anni fa dei banchi, mettiamo, di cocomero - dice il consigliere comunale del Pdl Federico Mollicone - continuano a occupare la stessa identica postazione».
Figli, fratelli, nipoti, sempre le stesse famiglie. Stesso accento, stesso dialetto.
«Una sorta di oligopolio. Che non tiene conto della qualità del prodotto, ma solo dell’anzianità della postazione. Un discorso analogo vale per il circuito delle caldarroste».
Anche questo un oligopolio saldamente in mano a due-tre famiglie. Abruzzesi, molisane. Dentro al business amici, parenti. Da qualche tempo poveri cristi del Pakistan o del Bangladesh a fare da prestanome o improbabili affittuari di licenze costosissime.
E l’immagine del decoro cittadino ne esce a pezzi. A Parigi è impensabile che un ambulante si piazzi a trenta metri dalla Torre Eiffel, a Roma succede. Ai primi di novembre un ordine del giorno di An approvato in I Municipio chiedeva di allontanare tutti gli ambulanti dalle aree di pregio e definiva area di pregio tutto il centro storico. E il Comune? Il 27 novembre una memoria di giunta annunciava il riordino del commercio su strada, ma restava lettera morta. Il 17 dicembre una tardiva ordinanza dell’allora sindaco Walter Veltroni, in pieno clima pre-elettorale, sopprimeva undici postazioni su aree pubbliche del Tridente «per consentire una via di rapido accesso ai mezzi di soccorso». Via quindi gli ambulanti da via della Vite, via Belsiana, via del Gambero, via del Vantaggio, via Canova, via delle Carrozze, via della Vite angolo via del Corso, via della Croce, via Frattina angolo via del Corso, via Frattina angolo piazza di Spagna. Risultato? Una valanga di ricorsi al Tar, e ora fra il Corso e il Babuino tutto sta tornando come prima.
Che fare, allora, Mollicone?
«Bisogna rivedere e modificare la legge regionale 33 del 1999, che fra l’altro regola le distanze degli ambulanti dai monumenti e le basiliche. E c’è il Piano comunale del commercio ambulante da redigere. Spero che nel prossimo futuro queste cose si facciano. Io mi sono occupato del centro storico da capogruppo al I municipio, e me ne continuerò a occupare».
Com’è andata a finire la vicenda delle autorizzazioni firmate dal Comune senza il nulla osta della Soprintendenza?
«Una vecchia delibera degli anni Novanta, provvisoria ma arrivata ai giorni nostri, ha permesso a chi ha fatto ricorso al Tar di vincere. Io dico solo che è singolare come la Soprintendenza possa accettare la collocazione di fronte a monumenti di postazioni che impediscono ai turisti perfino di fare le foto. Contro gli ambulanti nessuna guerra di religione. Però...».
Però?
«Però che necessità c’è di chioschi-bar dove ci sono già dei bar fissi? Fra piazza Venezia e i Fori Imperali in cinquecento metri ci stanno almeno sei camion-bar. Uno sotto la scalinata del Campidoglio, un altro al Vittoriano ... Un po’ troppo».
E i cocomerari?
«C’è di regola un bando, che però assegna le postazioni sempre agli stessi “per tradizione”. Vedere un cocomeraro può fare piacere, con il caldo di questi giorni, ma i banchi hanno bisogno di frigoriferi, di generatori, vicino a un monumento non è il massimo del decoro. Poi ci sono le caldarroste...». Vale a dire?
«C’è il discorso della filiera, da dove vengono? La maggior parte delle postazioni sono stagionali, chiudono ad aprile. Altre restano aperte tutto l’anno. Una bizzarria della normativa. Ieri passando a piazza di Spagna ho visto una postazione di caldarroste. A giugno inoltrato non vedo come possono essere prodotti stagionali».