«Commissariare? Ingiusto A rischio lavoratori e clienti»

I pubblici ministeri che indagano - come abbiamo riferito ieri - hanno richiesto il commissariamento di Fastweb e di Telecom Sparkle, società nel cui ambito si sarebbe materializzata quella «colossale» frode ricostruita in tre anni di lavoro. Si tratta del commissariamento ai sensi della legge 231 del 2001, una speciale fattispecie che «congela» la gestione di una società colpevole di «mancata vigilanza»; che sia cioè priva di misure idonee a evitare il verificarsi di abusi simili a quelli identificati nel caso emerso martedì. Ma questo commissariamento preoccupa perché, secondo alcuni osservatori, potrebbe trasformarsi in un danno economico ulteriore rispetto all’inchiesta in corso. Benedetto Della Vedova, economista e deputato Pdl, avverte: «Fastweb si è dichiarata parte lesa. Sarebbe un autentico paradosso se, invece, dovesse subire altre conseguenze».
Il commissariamento lo hanno chiesto i pm nell’ambito delle indagini.
«Facciamo una premessa: è interesse di tutti che i magistrati facciano luce, accertino le responsabilità e, dopo averle accertate, puniscano con il massimo rigore».
Su questo siamo tutti d’accordo.
«Ma credo che si debba riflettere sul destino dell’azienda, che occupa migliaia di persone ed è quotata in Borsa. Spero che i giudici decidano con la necessaria prudenza».
In che senso?
«La società va sganciata dal destino processuale di chi l’ha guidata. Non solo per una questione di responsabilità penali, ma anche perché le imputazioni si riferiscono ad anni passati, a una stagione diversa di Fastweb, che è stata poi oggetto di uno dei pochi, direi preziosi, investimenti stranieri in Italia. È una società che ha saputo innovare, che ha portato vitalità e concorrenza nel mercato delle telecomunicazioni».
Che cosa teme?
«Il settore è altamente competitivo, uno dei pochi, in cui la reattività e la piena operatività sono essenziali per il suo futuro. Su un’ipotesi di commissariamento ci si dovrebbe pensare non due, ma cento volte. Il rischio è quello di compromettere l’attività dell’azienda, a danno degli azionisti, dei dipendenti, dei clienti, del mercato, della stessa economia italiana. Poi c’è un’altra cosa... ».
Quale?
«L’azienda potrebbe venir scagionata troppo tardi, dopo aver patito - a causa dei tempi della giustizia italiana - un danno ingiusto e sproporzionato».
I giudici in base a che cosa decideranno?
«Martedì si esprimeranno dopo aver sentito le controparti. Mi auguro che adottino tutta la prudenza e che abbiano la consapevolezza che si tratta di una questione molto delicata».
L’azienda come deve comportarsi?
«Nella maniera più trasparente e offrendo la massima collaborazione ai magistrati e agli inquirenti. È necessario evitare la distruzione e l’inquinamento di qualunque prova. Tuttavia la società deve mantenere la propria totale operatività. Oltretutto si tratta di accadimenti lontani. Addirittura lontanissimi, se si pensa che nel mondo delle telecomunicazioni già il semestre precedente è passato remoto. La cosa necessaria è che l’azienda abbia intatta la sua capacità di innovazione e che mantenga strette le proprie strategie di sviluppo. Oltretutto, dall’epoca dei fatti, anche il management è cambiato».
È cambiato anche l’azionista di controllo. Un commissariamento è una forma di esproprio, seppur temporaneo, dei diritti della proprietà.
«Swisscom ha fatto sapere ufficialmente che era a conoscenza delle indagini e che era consapevole del rischio».
Ma la società è accusata di una sorta di culpa in vigilando.
«Sì, ma il criterio della responsabilità oggettiva va sempre maneggiato con estrema cautela. Non vorrei, ripeto, che venissero pregiudicati i piani di sviluppo e di investimento dell’azienda».