Il commissario Toni Servillo diventa il Maigret del Friuli

L’attore napoletano protagonista del giallo «La ragazza del lago», proiettato domenica alla Mostra

da Roma

L’Italia di questa fine estate è terra di gialli, spesso non risolti, così La ragazza del lago, trhiller mescolato al noir dell’esordiente Andrea Molaioli (al Lido il 2 settembre, nelle sale dal 14), irrompe nel panorama cinematografico con tutta la forza della sua conturbante tempestività. Tra l’altro, da un paio d’anni La Settimana della Critica, sezione festivaliera esigente, non includeva opere italiane, sicché la presenza di un debuttante, sia pure rodato dall’assistenza alla regia di Nanni Moretti, Carlo Mazzacurati, Daniele Luchetti e Mimmo Calopresti, autori di acclarato successo, desta curiosità. Per tacere del cast: il mattatore assoluto è Toni Servillo («Per me è sempre una gioia lavorare a opere prime; Molaioli l’ha fatto con grazia e coraggio»), che nel ruolo d’un commissario asciutto come Maigret e furibondo dentro come gli inquisitori di Dürrenmatt, conferma il suo talento (dopo Le conseguenze dell’amore), all’affascinante Valeria Golino, qui antiquaria separata e con qualche scheletro nell’armadio, passando per Omero Antonutti, quale contadino sospettato di un atroce delitto,fino ad Anna Bonaiuto e a Fabrizio Gifuni.
Girato in otto settimane (costo: due milioni di euro, sostenuto dalla Indigo Film, con il contributo della Friuli Film Commission e dei Beni Culturali) tra Udine e i paesini della Carnia, con il Lago di Fusine sullo sfondo (si tratta di quello Superiore,nei pressi di Tarvisio), questo thriller venato di nero narra molte cose. «Il mio film ha i tempi del giallo, ma entrando nel cuore della storia, mentre l’indagine del commissario Sanzio va avanti, lo spettatore è coinvolto dalle dolorose storie private dei personaggi», spiega il quarantenne Molaioli, due figli piccoli e una non quantificabile ansia da debutto. Tratto dal romanzo di Karin Fossum Lo sguardo di uno sconosciuto (Frassinelli) e sceneggiato da Sandro Petraglia («al posto dei fiordi e di Oslo, abbiamo messo l’aspra natura carsica»), La ragazza del lago comincia con Mario, ragazzo mentalmente disturbato, che invita a casa sua Marta, sei anni appena... «L’indagine, dopo l’omicidio - prosegue Molaioli - è il grimaldello per entrare in una comunità diffidente, come ce ne sono molte. Poiché il cliché del solito poliziotto era dietro l’angolo, ho voluto ritrarre Servillo più come uomo, che come uomo di legge. È reduce da una conflitto con la moglie, Anna Bonaiuto, né la sua calata partenopea lo aiuta a penetrare in quella comunità di sospettati, su nel Nord Est. Dirigere Toni è stata un’esperienza esaltante, perché, da ottimo attore di teatro, sa ascoltare e rispettare i tempi degli altri. Parlando poco, facendo ancor meno, ottiene risultati strepitosi. È sempre molto controllato. E il bello è che pure lui aveva in mente, per il suo ruolo, La promessa di Friedrich Dürrenmatt, del quale mi sono servito, pensando a un requiem del genere giallo». Molaioli, che in Aprile di Nanni Moretti recitava la parte di se stesso, è attratto dal timbro vecchio stile di certi noir, con Lino Ventura protagonista, piuttosto che dalle atmosfere rarefatte alla Twins Peaks, la serie firmata Lynch, con la quale La ragazza del lago avrebbe qualche similitudine (la bella ragazza morta, il lago, la comunità che esplode). «Da esordiente, avevo bisogno d’una struttura narrativa solida e il giallo era adatto. Volevo indagare l’aspetto sociale dietro i fatti di sangue. La vita è complessa e non giudico i sospettati, ma li descrivo nelle loro sfaccettature: fotografare un dramma familiare, cominciando da un magistrato donna, che aspetta un bambino, m’interessava. Chiunque di noi, se indagato, rivela lati oscuri» riflette il regista, che trema all’idea si possa ipotizzare, dietro al suo, un instant-movie concepito sulla spinta delle recenti efferatezze.
«Ci ho messo due-tre anni a mettere in piedi tutto quanto. Ma resto innamorato dei paesaggi alteri dell’Udinese, dove la natura è stupenda, ma pare dica: “Stai attento, ti schiaccio“. E poi questo film mi rispecchia e m’ha dato la possibilità di conoscere attori di primo livello, dai quali non mi aspettavo tanta disponibilità». Oltre al giallo e al nero, c’è il tipico grigio del lago, dove muore qualcuno? «Ho optato per una scelta anticlassica: il look del mio film evita i timbri più cupi, perché l’avventura di questi esseri umani è già cupissima, di suo».