La commissione Attali de noantri che appassiona solo quattro gatti

Il forfeit di Amato a Roma ha interessato pochi giornali e addetti ai lavori. Gli italiani? Se ne fregano

Se nessuno, in nessun luogo e in nessun tempo, ha mai eretto un monumento a una commissione, un motivo ci sarà. E non vedo perché dovremmo cominciare oggi con la commissione Amato, morta e sepolta ancor prima di nascere. Monumenti non se li merita: figuriamoci il funerale di Stato con il coro di prefiche che spargono lacrime sulla «storica occasione mancata». Ieri il Corriere della Sera ha allestito una mastodontica cerimonia funebre, con due interi paginoni e richiamo in prima pagina: manco fosse una questione di sicurezza nazionale, che so, l’uragano Gustav che si abbatte su Sabaudia.
Diciamocelo: ma è davvero il caso? Ne abbiamo avuto per tutta l’estate con la storia della «Attali de noantri», la commissione bipartisan di Alemanno per lo sviluppo della città di Roma, che per ora ci ha sviluppato soltanto un gran mal di testa. Ma poi, il povero dottor Sottile, che nonostante il tennis non è più un giovanotto: vogliamo parlarne? Gli hanno tirato la giacchetta per settimane, da destra e da sinistra (ma soprattutto da sinistra). Gliel’hanno tirata così tanto, la giacchetta, che alla fine è diventata un cappotto. Ha passato il mese d’agosto a saltellare su e giù dalla poltrona di presidente di commissione. Dentro, fuori, dentro, fuori: la «Amato-dance» è stata senz’altro la hit dell’estate. Sotto gli ombrelloni, la gente la vedevi che si attanagliava nel dubbio: che fa, Amato, accetta o non accetta? L’angoscia gliela leggevi in faccia, ai bagnanti: non per l’Alitalia, l’inflazione, il carobenzina. No, il vero dilemma esistenziale, al bagno numero cinque di Riccione, doveva essere un altro: «Riusciremo finalmente ad imbastire la nostra commissione Attali? E soprattutto: ma chi è Attali? Forse quell’attore francese che ho visto ieri sera su Rete4?».
Ci fosse stato un politicante, uno che uno, che si sia preso la briga di spiegare a tutti chi è quest’Attali: che ci vuoi fare, erano troppo impegnati a ritagliarsi il loro quarto d’ora di celebrità. Erano troppo intenti ad accusarsi l’un l’altro di collaborazionismo col nemico. Proprio loro, i democratici paladini del confronto a tutti i costi, hanno alzato le barricate. Rutelli: «La commissione è un pastrocchio». Rosy Bindi: «Per dialogare c’è già il Parlamento». Linda Lanzillotta: «L’avevo detto che Giuliano sta sbagliando». Un fuoco incrociato che ha fatto dire allo stesso Amato: «Sul mio sì ad Alemanno la sinistra è cieca».
Detto questo, che diamine: mettiamoci una pietra sopra. Siamo sopravvissuti a pesti e carestie, a due guerre mondiali, all’8 settembre: possiamo cavarcela anche senza la commissione Amato. Anche perché diciamolo: le commissioni da noi sono camere a gas che soffocano le buone idee, o se va bene le lasciano perennemente azzoppate. Uno dice: ma il dialogo? Il dialogo, specie in Italia, è un bene necessario ma non indispensabile. La stessa giunta Attali, promossa da Sarkozy per riformare lo Stato francese (e non un comune, come nel caso di Alemanno), alla fine ha sfornato 316 proposte con una raccomandazione finale: «O saranno applicate tutte, o non avranno alcuna utilità». Il guaio è che alcune di queste proposte cozzano palesemente contro i programmi di Sarkò: per esempio là dove si indica l’immigrazione come «veicolo fondamentale della crescita». Non è tutto oro, l’Attali che luccica.
Dunque, siamo sicuri che occorra una commissione per farci felici? In ogni caso è inutile lagnarsi, perché morta una se ne fa un’altra. E poi un’altra, e un’altra ancora. Noi italiani ne abbiamo viste di cotte e di crude, di commissioni: sulla mafia, sulla P2, sull’Iri, sul latte microfiltrato, sulle dentiere, sulle pinete, sull’uranio impoverito. In Calabria ne hanno fatta una sulla «fattibilità delle leggi», in Campania c’è una «commissione sul mare». In questa legislatura ne hanno sfornate 56: si va dalla commissione mista «per l’accesso ai documenti amministrativi» fino a quella consultiva «per le ricompense al merito civile». Senza contare le famose commissioni «antisprechi», quelle che cercano di ridurre l’aria fritta, pur essendone i maggiori produttori. L’Alitalia istituì un comitato di otto esperti solo per decidere il nome degli aeroplani. Ce li immaginiamo intorno a un tavolo, tutti intenti ad arrovellarsi: come lo chiamiamo, questo boeing, Icaro o Tornado? O forse sarebbe meglio Falco Pellegrino? O magati Barone Rosso? E intanto l’azienda andava in cocci.
Insomma, ora che il progetto Amato è naufragato, è improbabile che l’italiano medio non ci dorma la notte. Le nostre commissioni abbiamo imparato a conoscerle: decidono di non decidere, e nel caso delegano tutto a una sottocommissione. Anzi, da noi la regola sembra essere questa: una commissione, tutta intera, partorisce decisioni più stupide di ogni singolo membro. Perché tutto ciò? Meglio non chiederselo: altrimenti, per scoprirlo, finisce che ci scappa un’altra commissione.