Commissioni d’inchiesta un lusso da sei milioni

Mario Cervi e Nicola Porro

La Finanziaria, ancora tutta da approvare, si era caricata l’impegno di ridurre i costi della politica. Così come sta emergendo dai lavori delle Commissioni, rischia di deludere, per l’ennesima volta, le aspettative. È un film già visto: e non c’è polemica o movimento popolare che riesca a invertire la rotta dello spreco di Stato. In un’inchiesta che uscirà in libreria la settimana prossima (Mondadori editore) abbiamo proprio voluto chiamare così, in maniera diretta, questo vizio italiano: Sprecopoli.
I nostri politici sono inguaribili. Se non si toglie loro l’acqua alta dello spreco, continuano a navigare in un mare di quattrini, nostri, da gettare al vento. Sempre con intenti apparentemente nobili, ma concretamente inutili.
Oltre ai tagli che non ci sono in Finanziaria, i nostri spendaccioni tendono ad aumentare il costo della politica a ogni piè sospinto. L’ultima occasione, sventata per fortuna, è stata quella della Commissione sui fatti del G8. Eppure la sua morte prematura è tutta da cercarsi nelle polemiche intestine alla maggioranza più che a un soprassalto di attenzione ai costi di funzionamento del nostro Parlamento.

Indagini costose Le commissioni d’inchiesta costano perché tutto costa ed è generosamente remunerato, nel Parlamento italiano. I cui organismi possono permettersi – nel nome della verità – di spendere con larghezza. Le commissioni hanno ampi poteri sia d’indagine sia di spesa, e sono autorizzate a ricorrere all’ausilio di consulenti assunti e retribuiti con criteri che nessun’altra autorità è abilitata a censurare.
Il primato della spesa annuale (3 milioni di euro) spetta all’Antimafia, che alle consulenze ha destinato poco più di 1 milione e 700mila euro. Segue con 2 milioni di euro, per la spesa complessiva, la Mitrokhin, che è tuttavia in testa quanto alle somme sborsate per i consulenti (1 milione 910mila euro). Ma anche le altre commissioni non hanno lesinato. Quella dedicata all’occultamento di fascicoli riguardanti i crimini nazifascisti ha profuso 971mila euro per consulenze, e 200mila euro, 400 milioni di vecchie lire, per viaggi dei signori commissari. Dove? Forse negli armadi dov’erano ammonticchiati i fascicoli? E a far che? Sarà tutto correttissimo, non vogliamo essere maliziosi. Ma senza l’opera delle commissioni d’inchiesta, senza indennità aggiuntive, senza molte trasferte e molti alberghi a cinque stelle, i misteri d’Italia sarebbero adesso allo stesso punto in cui erano prima. Non si può dire, no davvero, che quei milioni di euro siano stati spesi bene.
È difficile sottrarsi alle sirene della spesa. Anche i politici più accorti alla fine ci cadono. Carlo Azeglio Ciampi, allora capo dello Stato, diede nell’autunno del 2005 un annuncio che faceva ben sperare. «Il presidente della Repubblica, nella piena consapevolezza delle difficoltà che attraversa in questo momento la finanza pubblica, ha comunicato al ministro dell’Economia e delle finanze di aver operato una riduzione degli stanziamenti per la presidenza della Repubblica da iscrivere nel bilancio dello Stato per il triennio 2006-2008. Per l’esercizio 2006 l’indicazione di spesa scende da 225 milioni a 217 milioni; per il 2007 si passa da 242 milioni a 225 milioni di euro; per il 2008 da 257 milioni a 233 milioni di euro».

I rincari del Colle Dovremmo fregarci le mani per la contentezza come contribuenti? Mica tanto, alla luce degli ultimi e finalmente trasparenti dati quirinaleschi. In dieci anni i dipendenti del Quirinale sono aumentati del 35 per cento (54 per cento i militari, 20 per cento i civili) e la spesa, depurata dell’inflazione ossia in termini reali, è aumentata del 61 per cento. Non vorremmo più sentir parlare di riduzione degli aumenti, ma di riduzione-riduzione: meno soldi, meno addetti in termini assoluti. Avviene invece il contrario.

Partecipare conviene Lo spreco di Stato ha poi una forma invertebrata, riesce a camuffarsi, ad adattarsi a ogni situazione. Con la maggiore attenzione che si è posta sui conti nazionali, si sposta la barra dello scialo verso gli enti locali e le loro controllate. In Italia, secondo l’ultimo censimento dell’Unione delle Camere di commercio riferito al 2005, Comuni, Province e Regioni avevano partecipazioni in 7.272 aziende: si va da piccole porzioni di capitale a partecipazioni totalitarie del cento per cento delle azioni emesse. In soli due anni sono cresciute di mille unità. E mentre lo Stato centrale privatizza e riduce la sua presenza a «sole 26 partecipate», a livello locale la tendenza è esattamente opposta. Di queste 7mila, circa la metà (3.211, dalle quali togliere le 26 di emanazione statale, per un saldo di 3.185) sono società in cui, anche dal punto di vista del codice civile, gli enti locali esercitano «influenza dominante», sia perché detengono la maggioranza assoluta dei titoli sia perché vi sono poteri speciali attribuiti all’azionista pubblico.
Insomma su 7.272 partecipazioni pubbliche, in 3.185 casi le partecipazioni sono di maggioranza (anche se questa maggioranza dei voti può essere esercitata con artifici societari diversi) e danno lavoro, secondo la denuncia di Linda Lanzillotta, a 17.455 consiglieri di amministrazione. Anche se il calcolo del ministro degli Affari regionali potrebbe essere per difetto: prendendo solo le 3.185 imprese controllate dagli enti locali e moltiplicandole per i 6 consiglieri che di media sono necessari si arriva alla favolosa cifra di 19.100 nuovi posti di lavoro. E la storia non è finita perché gli enti locali, anche nelle restanti società che non controllano, comunque esprimono uno o due consiglieri di minoranza. Insomma un esercito di beneficiati e di situazioni opache neanche sfiorate dalle nostre leggi finanziarie.

La fortezza burocrazia Nella conclusione di Sprecopoli notiamo la difficoltà per la politica nazionale e locale di tagliare i propri privilegi ed esprimiamo il nostro scetticismo. Ma anche supponendo «che un giorno, avendo avvertito il diffondersi di umori virtuosi nel Paese – magari manifestati alle urne – un politico al governo volesse ingaggiare la battaglia contro lo spreco... resterebbe a presidiare la fortezza dello scialo il potente apparato della burocrazia, e della giustizia amministrativa. Ogni riforma che abbia l’enorme difetto di colpire privilegi collettivi o individuali può essere fermata in Italia da un Tar e in istanza superiore dal Consiglio di Stato».