Commozione per Peterson, eroe di Umbria Jazz

L’emozionante concerto del pianista gravemente malato ha chiuso un’edizione transitoria con molti chiaroscuri

Franco Fayenz

da Perugia

Finisce Umbria Jazz 2005. Non desterà rimpianti, tutt’altro. Non perché abbia fatto poco jazz o lo abbia ghettizzato - ripetiamo fino alla noia che non è questo il problema, o non è soltanto questo - ma perché ha proposto spesso musica cattiva e inutile a fronte di spese enormi, e nomi visti e stravisti. I sintomi del collasso erano evidenti già l’anno scorso, tanto è vero che qualcuno aveva scritto, buttandola sul fiabesco per non dare l’impressione di esagerare, che «c’era una volta Umbria Jazz». Infatti. Sarà arduo riesumarla, ammesso che esista la volontà di farlo. Temiamo che a taluni vada bene così.
Naturalmente, i più dispiaciuti sono i jazzofili doc, perché il festival, 32 anni fa, era nato per loro. Per una sera hanno avuto l’illusione di incontrare un vertice della musica prediletta, ma non era vero. Era la sera di Oscar Peterson (con Ulf Wakenius alla chitarra, David Young al contrabbasso e il formidabile Alvin Queen, così poco ascoltato, alla batteria). Fino al maggio 1993, quando fu colpito da un ictus che gli offese irreparabilmente la mano sinistra, Peterson era un virtuoso straordinario, il vero erede di Art Tatum. Quante occasioni sono state perdute, prima, di farlo venire in Umbria? E dopo, visto che lui aveva continuato a tenere concerti e a incidere dischi con la forza della disperazione, era proprio necessario tergiversare fino a un mese prima dei suoi ottant’anni?.
Era un gigante alto due metri, Peterson. Ma quando è entrato nel palcoscenico dell’Arena Santa Giuliana, quasi piegato in due e con le gambe che lo reggevano appena per il breve tragitto dalle quinte al pianoforte, è sembrato molto più piccolo. Chi lo conosceva lo aveva anche visto condotto in carrozzella, su e giù per il corso Vannucci di Perugia e nella hall dell’albergo che lo ospitava. Come avrebbe suonato? Accolto dalla standing ovation che si riserva ai massimi personaggi della musica, Peterson è stato anche tradito da una telecamera a circuito chiuso, indelicata e inopportuna, che ha proiettato su due grandi schermi i primi piani della sua figura, mostrando da vicino anche a chi non sapesse o non volesse vedere, quella mano sinistra inerte sulla tastiera.
Finché le forze lo hanno retto, cioè fino a metà circa della prima parte del concerto, il pianista canadese ha fatto miracoli, mostrando che la sua destra può valere da sola le due mani di altri. Ma poi anche la destra ogni tanto non ha risposto. Si tenga presente che Peterson è oggi un uomo colmo di tristezza, sopravvissuto ad amici di grande valore come Norman Granz, Ray Brown, Milton Jackson e Niels Pedersen. Ai primi tre ha dedicato un accorato Requiem; a Pedersen, perduto nello scorso aprile a meno di sessant’anni, che con il suo contrabbasso tenuto vicinissimo ai gravi della tastiera sostituiva la mano sinistra offesa, ha riservato due brani: Love Ballade dove Pedersen si lanciava in splendidi voli solitari, e In the Silence of the Words. Ha fatto altre cose belle, il vecchio Oscar, poi si è un po’ perso, cadendo in fallosità inconcepibili nei suoi anni verdi, e addirittura suonando due volte l’ellingtoniano Satin Doll.
Ci sarebbero tante, troppe cose da dire ancora su altri concerti. Ma lasciamo perdere e glissiamo su una nota a suo modo positiva, cioè sull’onnipresente (troppo presente) sassofonista sedicenne Francesco Cafiso. Gli è stato dato il compito folle, accettato con beata incoscienza, di commemorare il cinquantenario della morte di Charlie Parker. Ebbene, vedere e sentire quel ragazzino che eseguiva Just Friends ha dato qualche brivido di emozione. Ma per favore, teniamocelo caro, non sfruttiamolo così. Chi deve intendere, intenda.
Infine, visto che i nomi e le insegne sono importanti; e visto che da anni Umbria Jazz rincorre con esiti incerti l’impostazione del Montreux Jazz Festival, ne segua anche l’onesto esempio: dal 2006 la kermesse svizzera si chiamerà Montreux Music Festival. Un’Umbria Music 2006 potrà evitare un bel po’ di giusti anatemi, e perfino «aprire» alla migliore musica contemporanea europea.