Commuove gli Usa la storia di Saulito figlio di clandestini

Manila Alfano

All’inizio Saul non riusciva a capire perché all’improvviso tutto doveva cambiare. Gli adulti cercavano di spiegargli quello che stava succedendo, ma per lui era tutto così difficile. Immigrazione, clandestini, permesso di soggiorno per un bambino di sette anni non significano niente. Lui sapeva solo che la sua mamma doveva tornare in Messico e che probabilmente lui l’avrebbe dovuta seguire, abbandonando così quello che da sempre è stato il suo mondo. «Non può più rimanere qui negli Stati Uniti perché non ha il permesso di soggiorno. Queste sono le regole», gli avevano detto. Ma Saul ha chiesto altre spiegazioni, ha domandato aiuto, ha parlato con gli amici della madre, ha scritto messaggi e lettere. Poi, finalmente, grazie all’intervento di alcuni parenti è riuscito a ottenere udienza dal Parlamento di Città del Messico.
È partito con uno zainetto in spalla senza mai voltarsi. Lui, figlio di immigrati clandestini, si è guadagnato la cittadinanza americana perché è nato a Chicago. Chi nasce sul suolo americano è americano, non importa quale confine abbiano superato, se di notte, da clandestini, come intrusi in quella terra promessa che sta al di là della frontiera. In questo caso le colpe dei padri non ricadranno sui figli. Saul è quindi un cittadino a stelle e strisce. La mamma Elvira, invece, non ha neppure il permesso di soggiorno, e su di lei grava un ordine di espulsione che per il momento è riuscita a evitare rifugiandosi in una chiesa.
Saul si è presentato ai parlamentari messicani per perorare la sua causa senza paura. I politici si sono trovati di fronte un bambino di sette anni che con innocenza ha chiesto: «Fatemi vivere con la mia mamma a Chicago dove sono nato». «Parlo spagnolo ma voglio vivere negli Stati Uniti, lì vado a scuola e ho tutti i miei amici», ha spiegato ai parlamentari.
Prima di volare nel Paese materno, il bambino si era già rivolto al presidente Bush, portando una lettera alla Casa Bianca in cui spiegava la sua situazione. La storia del piccolo Saulito, come lo chiamano i media, sta commuovendo tutto il Messico. Il caso ha fatto il giro del Paese, stampa e televisione si stanno occupando del piccolo, che malgrado l’età si è trasformato in avvocato e attivista per i diritti degli immigrati. È diventato il simbolo di una generazione difficile, di ragazzi americani che vivono sulla loro pelle la dura legge dell’immigrazione, con genitori fuggiti dal Paese d’origine alla ricerca di fortuna e libertà, che hanno oltrepassato con rischi e pericoli un confine che non vogliono più varcare.
Per una volta i litigiosi politici messicani si sono messi d’accordo, e Saulito li ha convinti a votare in modo compatto un appello alle autorità di Washington perché rinuncino ad espellere la madre.
«Avrei potuto continuare a fuggire e trovare nuovi espedienti - ha raccontato la mamma dalla chiesa in cui vive nascosta -, ma sono stanca di scappare e nascondermi, voglio dare a mio figlio la possibilità di condurre una vita migliore. In questi giorni in cui lui è in viaggio lo sento continuamente per telefono. Mi ha detto che il Messico non gli piace, e ha paura che ci dovremmo trasferire lì, ma allo stesso tempo è contento di fare qualcosa di concreto per aiutarmi».
Ma il caso del piccolo Saul non è certo isolato. Saulito è diventato un simbolo, e la sua storia è una di quelle che commuovono gli americani, che li riportano alle origini della loro nazione, quando bene o male ognuno aveva un’altra terra alle spalle, un passato da dimenticare e un mondo nuovo dove piantare radici. L’immigrazione clandestina è e resta un problema, ma nel Dna degli Stati Uniti è impresso il ricordo dei pionieri. È per questo che la storia di Saulito piace. Secondo alcune stime, i bambini che negli Usa si trovano nelle stesse condizioni, con cittadinanza americana ma genitori clandestini, sono oltre tre milioni.
Intanto Saulito aspetta la decisione finale e incrocia le dita.