COMPAGNI GIORNALISTI

Sì, siamo solidali con i colleghi de l'Unità. E vorremmo che i lettori non si stupissero, e non considerassero questa presa di posizione come un gesto corporativo, per almeno tre motivi. Il primo: l’informazione è un ecosistema in cui ogni organismo è collegato all’altro. A noi, visto che ci piace il giornalismo che riconosce le personalità e le opinioni marcate, e non ci piacciono i brodini precotti e le veline, ecco, a noi, se viene meno l'Unità, se scompare dal panorama un avversario, dispiace. In secondo luogo siamo preoccupati anche per i nostri colleghi, e non per lezioso buonismo. Ma perché nei tempi di crisi quella del giornalista diventa una professione sempre più delicata e a molti viene la tentazione di dire: si può fare a meno di un giornale, ma non del cibo (mentre si dovrebbe pensare, invece, che anche il giornale, è un nutrimento irrinunciabile). Il terzo motivo, però, è tutto politico. Dietro l’ennesima crisi de l’Unità, dietro questa brutta agonia e questa carrellata di figure un po’ farsesche e vanagloriose si nasconde ancora una volta la fragilità della classe dirigente che da anni governa il centrosinistra.
Fateci caso: ogni volta che a sinistra sono iniziati i disastri, la prima spia di allarme è stata la crisi del giornale di partito. L'Unità chiuse già, una volta, proprio quando Massimo D’Alema entrava a Palazzo Chigi, e gli uomini del Pds-Ds, pensavano di poter comunicare occupando i media istituzionali. Adesso che siamo nella stanza dei bottoni, era il loro retropensiero, il giornale non ci serve più. Si ritrovarono in mezzo a una strada, all’opposizione, in meno di un anno, dopo aver triturato tre presidenti del Consiglio in una legislatura. Ecco perché l'Unità cessava di essere un giornale e diventava una metafora. Ed ecco perché ritorna ad esserlo oggi.
La nuova Unità di Concita De Gregorio è nata con due padrini che erano a loro volta un programma di rinnovamento e di riformismo garbato nella coalizione: Veltroni, il leader in carica, e Soru, uno che si considerava già ad un passo dalla successione. Nello spazio di un mese, e di un’altra tornata amministrativa, questi buoni propositi si sono dissolti come ghiaccioli al sole. Veltroni è scappato precipitosamente, per la terza volta, come ha fatto notare Giampaolo Pansa. E Soru non è stato da meno: celebrato da alcuni improvvisati cantori come un nuovo principe mediceo, appena ha incassato la sberla elettorale, ha chiuso i rubinetti al suo giornale.
Se questi sono leader, occorrerebbe osservare di che pasta sono fatti. Sono pronti a grandi proclami, ma appena qualcosa non va tagliano la corda, lasciando nelle peste tutti coloro che - militanti, elettori, giornalisti e lettori - hanno avuto l’unico torto di credere a quello che dicevano. Questi sedicenti leader sembrano fatti di pasta frolla. Occupano il podio solo in tempi di vacche grasse. Appena tira aria di sconfitta, o ci sono prezzi da pagare, si dileguano, lasciano il conto del loro banchetto di vanità sul tavolo e fuggono dall’uscita posteriore. Ecco perché, quando vediamo i giornalisti de l’Unità giustamente imbufaliti contro i furbetti del giornalino, non possiamo che essere solidali con loro. Perché dal quartierino al giornalino, il passo è breve, si resta sempre nel campo dei diminutivi. E il dato di fondo non cambia: la leadership dell’opposizione resta in mano ai furbetti.