Compagni, ma è meglio trash o snob?

Come volevasi dimostrare. I nostri disperati appelli a Veltroni affinché costruisca una sinistra anziché un baraccone di umori e malumori, acquistano maggior peso grazie allo scontro fra lo psicoanalista Massimo Fagioli, comunista, e la redazione del quotidiano Liberazione, comunista ma - come si diceva trent’anni fa, fricchettone, cioè del genere di new left da anni Sessanta: un gran pieno di gay, letteratura popolaresca trash, robaccia di qualsiasi fattura e sapore e colore, purché in grado di dragare, acchiappare, alimentare un pubblico giovanile e autoreferente (cioè che vede soltanto quello che sa e sa quello che vede, in televisione), attaccato con il cordone ombelicale all’isola dei famosi e puttanate del genere, che oggi costituiscono il massimo comun denominatore del popolaresco.
Dice Fagioli: ci avete rotto le scatole con questo festival omosessuale (e subito arriva l’apriti cielo delle organizzazioni gay maschili e lesbiche), con questa tossicodipendenza televisiva, con questo rincorrere il peggio del peggio dell’immaginario collettivo mutuato dal peggio del peggio della televisione, parola più, parola meno.
Risponde Liberazione strappandosi i capelli: ma come!, noi siamo i giovani, noi abbiamo dato emozioni, noi abbiamo dato spazio a ciò che è realmente parte della realtà italiana e a noi ci hanno strarotto le scatole gli atteggiamenti snob degli intellettuali comunisti organici di una volta, che oggi riemergono con Fagioli, i quali vorrebbero mettere le mutande - metaforicamente parlando - alle statue. Fagioli sostiene di non poterne più di Vladimir Luxuria e del luxurismo smutandato e sguaiato, quelli rispondono dandogli del reazionario - una volta sarebbe partito l’insulto «togliattiano» - e così troviamo oggi la sinistra in stato di autosbranamento.
Dirò subito che, con tutte le riserve del caso, secondo me ha ragione Fagioli, ma al tempo stesso ha politicamente torto perché la piena del trash ha ormai invasato la sinistra italiana a causa del vuoto intellettuale pneumatico che essa esprime, e dunque è oggi veramente difficile chiudere la stalla dopo che i buoi del gramscismo se ne sono andati per altri pascoli.
Ma noi non ci mettiamo certamente a fare da arbitri in una tale diatriba e tuttavia non vogliamo rinunciare a leggere in questo conflitto fra Liberazione e Fagioli la radiografia del disastro della sinistra. Mi accusano spesso, alcuni lettori, di essere sempre di parte e attaccare comunque la sinistra italiana, il che è falso perché non faccio che ripetere che questo nostro disgraziato Paese dopo aver finalmente avuto una destra democratica di governo capace di raccogliere la maggioranza del consenso, non ha ancora una sinistra di pari sex appeal, ma anzi ha una sinistra che sembra che lo faccia apposta a disgustare il ceto medio dai cui orientamenti dipende ogni possibilità di vittoria.
Liberazione però esprime il nuovo che arretra, o il vecchissimo che avanza, perché si illude di recuperare consensi puntando sul trash, sul giovanile «sporco», su miti demenziali, su messaggi faciloni e mentecatti, su tutto ciò che è minimo, povero, popolare, diffuso, non importa quanto rozzo, immediato e privo di contatto con l’elaborazione di una politica e di una cultura.
Fagioli però a nostro parere esprime una vecchia insofferenza, perfettamente giustificata, ma di per sé perdente e strategicamente sterile. Dire che Luxuria ha veramente, profondamente strarotto le scatole, è sacrosanto, ma al tempo stesso ci sembra che manchi il messaggio alternativo: allora? Allora questa sinistra senza idee, a rimorchio del camion dell’immondizia, questa sinistra-spazzatura, deliberatamente e orgogliosamente primitiva, paleolitica e fracassona, che altro diavolo può avere come sistema culturalmente referente? Che cosa hanno fatto gli intellettuali post comunisti oggi per la sinistra di oggi? Quali colpe ha la televisione su cui la sinistra italiana esercita un dominio tuttora potentissimo? Mancano la prospettiva e l’autocritica, e non spetta certo a noi colmare queste lacune.
Però, vogliamo salutare con piacere l’apertura di questo contenzioso che dovrebbe interessare anche i centri di produzione della cultura italiani tutti, anche quelli di ispirazione liberale del centrodestra che sono, per quanto vedo e capisco, scatole vuote ma sonore, carillon di motivi già morti. Di qui l’occasione, anche grazie all’intemerata di Fagioli e alla replica povera ma sincera di Liberazione, di aprire uno straccio di dibattito sullo stato della cultura popolare italiana. Io vivo molto, oltre che in Italia, in Francia e negli Stati Uniti e non voglio aprire adesso un altro contenzioso con un confronto disperato e impietoso. Diciamo che siamo all’età della pietra e chiudiamola qui. E francamente sarebbe ora che anche il nostro amico Sandro Bondi ministro della Cultura dicesse e facesse qualcosa di opportuno e appropriato, come sarebbe bene che facessero tutti i partiti ancora esistenti e persino quelli estinti ma che seguitano a prendere il foraggio del finanziamento pubblico e che dunque hanno ancora strutture e strumenti per generare politica e non soltanto consumare la cassa.
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