«Compagni di scuola», un ritratto al vetriolo distrugge i tre leader ds

D’Alema, «un incrocio fra don Abbondio e don Chisciotte», disse che la sinistra è un male reso sopportabile solo dalla esistenza della destra

Roma - Ci voleva uno «di famiglia», per distruggere l’immagine della «famiglia» ds. E ci voleva l’acume caustico e archivistico di Andrea Romano, per stilare un saggio garbato, illuminante e feroce che prende corpo intorno a un paradossale aforisma del suo (ex) leader, Massimo D’Alema: «La sinistra è un male, solo l'esistenza della destra rende questo male sopportabile». Caspita.
Compagni di scuola (Mondadori, 16.50 euro) esce solo oggi, ma se da tempo domina i giornali con i suoi stralci (noi stessi ne avevano anticipato l’uscita) un motivo c’è, e vale la pena di tornarci. L’autore, Andrea Romano (oggi capo della saggistica Einaudi e columnist della Stampa), è da anni una delle più brillanti teste d’uovo ds. Ha diretto la rivista di dibattito più prestigiosa dell’area riformista - Italianieuropei - ed era il giovane intellettuale più vicino a Giuliano Amato e a Massimo D’Alema (padri di quel progetto). Ora Romano - che non è un «abiurante», non un Ignazio Silone, e nemmeno Elio Vittorini - scrive un pamphlet che pare un certificato di morte per l’attuale gruppo dirigente della Quercia. Non lo fa col risentimento dell’ex, ma con il dolore di chi è stato tradito, non con lo spirito di chi cambia ragione sociale, ma con la durezza di chi sente che i suoi leader hanno tradito i propri ideali. Sta di fatto che quella che descrive, interna corporis, è una «famiglia» rissosa, omertosa e decadente, segnata da interessi personali e incapace di coraggio politico. Ovviamente si parla degli eterni postcomunisti italiani e il libro di Romano è godibile anche per l’accuratezza dei ritratti: Piero Fassino appare un diligente e inconcludente amministratore di condominio, Walter Veltroni un furbone illusionista, D’Alema uno che in una stagione passa, (parole dell’autore) dal «priapismo carismatico alla sterilità riformista». Tutti in ogni caso sconfitti come il loro partito: «La leadership postcomunista oggi - si legge nelle conclusioni - appare impegnata a traghettare le proprie spoglie familiari sull'ennesima sponda sicura, a tutelare i piccoli grandi feudi personali dal declino che incombe». Anche perché al Partito democratico, Romano non crede: «Una sorta di lavanderia identitaria - scrive - che dovrebbe rimettere a nuovo la casacca stinta del postcomunismo».
E quando indaga le ragioni del declino, l’autore le trova proprio nelle biografie dei suoi dirigenti: «Al fondo di questa ostentata familiarità c'è un sapore di familismo amorale». E dal suo archivio tira fuori persino una citazione di D’Alema, che in un momento di cinica sincerità, entrando a palazzo Chigi, paragonava questa famiglia politica addirittura ai Borgia: «Una famiglia-partito - parole sue - che sacrifica la morale e i destini individuali a un progetto politico, una famiglia che non rinuncia a usare il delitto per raggiungere lo scopo». Però. Ed è per questo che Romano ha buon gioco nell’utilizzare la sua metafora per un bilancio sulla traiettoria dei Ds dalla loro nascita ad oggi: «Pure in presenza di un dignitoso insediamento elettorale, la parabola della famiglia si avvia a concludersi senza lasciare un'eredità politica davvero vitale. Il morto è riuscito ad afferrare il vivo». Perché? Qui Romano non è equidistante dai leader, ma duro con tutti. Si capisce, per esempio, che dall’attuale sindaco di Roma l’autore non si aspettasse molto: «Il kennedismo veltroniano - spiega lui che ama il Pse - diventa lo pseudonimo di un socialismo privo del marchio di infamia della socialdemocrazia». E ancora: «La leggerezza veltroniana è tale da fargli associare la rivendicazione per sé del massimo del coraggio con il minimo del rischio». La sua leadership? «È facile gioco per Veltroni occupare dalla segreteria di partito lo spazio dell'antipolitica». È per il ministro degli Esteri che tifava, lui: «Persino nel momento più cupo della sua carriera politica D’Alema rimane il capofamiglia. Ancorché in disgrazia». Ma cosa gli ha impedito di riuscire nel suo viaggio verso il riformismo? «Arriva all'appuntamento col governo - spiega raccontandone l’ascesa - già sconfitto nel suo impeto riformatore, già convinto che la battaglia per trasformare il partito in forza motrice della rivoluzione liberale non sarebbe stata vinta». E così «il problema del comando si sostituisce a quello della politica, nella certezza che l'intendenza seguirà il condottiero» e «Palazzo Chigi diventa una scorciatoia». Se nel gioco delle gustose metafore Veltroni è «Don Lurio», il D’Alema espulso dal governo «non era né Don Chisciotte né don Abbondio, ma un mesto incrocio fra i due». Per Romano «la rivoluzione liberale si stempera sotto i diktat sindacali» e un «leader così perentorio, così consapevole del proprio carisma, si rivela alla fine un politico sorprendentemente debole». Quand’è allora che la sinistra potrà riformarsi? Solo quando - scrive l’autore - la generazione dei postcomunisti «sarà costretta a farsi da parte, dalla forza della politica piuttosto che dalla propria generosità d’animo».