Compagnia di Giro all’assalto di Savoldelli

Tre giorni decisivi per la sorte della maglia rosa: Di Luca e Simoni possono puntare su due arrivi in salita e una cronometro

Cristiano Gatti

nostro inviato a Varazze

Check up per tutti. Ad alta quota, dove i risultati delle analisi sono più attendibili. Check up soprattutto per Ivan Basso, il malato vero, uscito dalla crisi più difficile della sua carriera (in realtà l'unica: proprio qui, mannaggia), ora alla commovente e disperata ricerca dell'ultimo residuo di consolazione. Il risarcimento di una vittoria, di un bel finale, di un qualcosa, gli spetterebbe in modo sacrosanto, se non altro per come ha accettato e subìto il peso delle umiliazioni, delle sofferenze, della sconfitta totale. Per la verità un premio di consolazione, dolce e lieve, il buon Ivan Basso lo sta già raccogliendo strada facendo, quella strada che ha deciso di percorrere a testa alta fino in fondo, nonostante tutto: alle partenze e agli arrivi, e così lungo i marciapiedi d'Italia, la gente lo accl-ama più di un vincitore. Da questo punto di vista, la frustrazione con cui è tornato al Giro - quella di non essere conosciuto e considerato nel suo Paese - può considerarsi superata. Almeno quella. Ma è chiaro che a un tipo come Ivan non può bastare. Difatti non basta. «Finalmente sto meglio - racconta a Varazze - anche se questa tappa non fa testo. Un conto è non avvertire malessere, un conto è avere energie per una grande tappa di montagna. La vera risposta l'avrò quest'oggi, a Limone Piemonte. Prometto una cosa: se sarò il Basso della settimana scorsa, correrò come il Basso della settimana scorsa. Come fossi in rosa».
Check up per Danilo Di Luca, l'unico superstite della generazione beat, di questi ragazzi ancora lontani dai trent'anni, nel pieno della maturazione e delle speranze. Dopo aver preparato e vinto le classiche primaverili, si trova a 25" dalla maglia rosa: un'occasione storica e irripetibile, l'occasione della vita. Che però il Danilo d'Abruzzo debitamente finge d'ignorare: «Non posso pensarci. Meglio andare avanti come finora: un giorno alla volta. Attaccare Savoldelli? Primo, difendermi. Poi, eventualmente, se capita… ».
Check up, ovviamente, per «Casa Cunego», la simpatica famiglia che finora ha movimentato la corsa e non solo la corsa. La sit-com a sfondo rosa vede Simoni nel ruolo del capitano sempre all'attacco, a parole e nei fatti, anche se i risultati sono finora un po' meno fatti delle parole. Al suo fianco, il fedele e servile coniuge, quel Damiano Cunego che un anno fa vinceva da dominatore, e che adesso accetta docilmente la nuova parte da sguattera di casa: «La priorità è aiutare Simoni». Tecnicamente, giusto così. Sentimentalmente, per noi ancora legati ai ricordi di un anno fa, una pena interminabile. Prima finisce, meglio è per tutti. Soprattutto per lui, Piccolo Principe del tempo che fu.
Check up, infine, per Paolo Savoldelli, scopertosi strada facendo leader del gruppo, senza volerlo e senza cercarlo. Di tutti, sembra il più distaccato, quasi il Giro fosse faccenda altrui: «Certo, mi piacerebbe riprovare le emozioni della vittoria nel 2002. Ma per me è già molto quello che ho fatto. So che mi attaccheranno: che devo fare, se avrò ancora gambe mi difenderò».
È tutto. Tutto quello che passa il convento di questo Giro strano: splendido e aristocratico fino a tre quarti, ora decisamente avviato al medio cabotaggio. C'è una maglia rosa che fra un mese sarà felice di diventare il gregario-maggiordomo del padrone Armstrong. Ci sta tutto, nella vita: ma il Giro d'Italia, che resta la gara più dura del mondo, meriterebbe qualcosa di meglio. O no?

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