Compie 100 anni

(...) ai contemporanei, venne premiato con il Nobel per la pace e in quell’anno, come detto, si decise di mettere su il bar, nello stesso sito attuale, un angolo, per affacciarsi e farsi scoprire. Era il posto della borghesia, per transumanza e trasformazione è poi diventato la cellula della cosa rossa, era il sapore di cocktail e calici di vino bianco, poi vennero le spine, le birre, i panini con il wurstel e i crauti, la salsa rosa. Gente che va e gente che viene, giovani e anziani, una Nannini per dire o un Jovanotti ancora Lorenzo, politici con la mazzetta incorporata nascosta nella ventiquattrore, passamontagna di lotta continua inseguiti dai celerini dietro i tavoli e il bancone, universitarie all’ora di pranzo, belle signore prima di cena, aperto comunque e sempre, anche la notte di Natale, prima la messa poi la birra. Paolo fa l’agente di commercio, ne ha viste mille, a cinquantaquattro anni si porta appresso le memorie di chi passava la sera bevendo barbera: «Meglio Bob Dylan o Steve Wonder, discutevamo di questo e di altro, del Milan, perché il Magenta è uno dei covi rossoneri, ho visto Franco Baresi bere il cappuccio e anche Paolino Maldini. Ricordo anche Profumo, il banchiere. Forse frequentava la Cattolica ma veniva al Magenta. Ho visto anche girare un film». Trattavasi di Marakkesh express, qui, al bancone del Magenta parte la storia della pellicola, qui Abatantuono Diego, tradendo il Gattullo che era il suo parco giochi di riferimento, si fa servire da un cameriere che era una comparsa e non uno verace del locale. Qui lo zio, che si chiama Albertino e confeziona panini dalla nascita, si è inventato lo speciale che a forza di essere speciale è diventato normale. Qui si sono dati il cambio proprietari, baristi, birrai, cassieri. Non c’è stata mai luce vera al Magenta ma quella penombra che ne è diventata il fascino ambiguo. Qui non c’è mai stato profumo di caffè, non proprio la specialità tipica invece del bar Marchesi duecento metri più in là, l’odore del crauto o del tabacco sovrasta(va)no l’aroma brasilero o colombiano. Qui è stato celebrato in anticipo sui tempi, ma all’insaputa degli astanti, il primo happy hour: infatti, al Magenta si entra sobri ma si esce con gli occhi allegri e la lingua veloce con bicchiere in mano, sorseggiando e cazzeggiando sul marciapiede, mentre Milano viaggia e spara rumori: «Quanti bicchieri sono spariti, quanti clienti se li sono portati a casa, un souvenir». Anche questo è un ricordo dolce del Paolo, timido nel racconto e avvinto come l’edera alla tradizione. Tradizione che ha viaggiato con i tempi, direi un po’ troppo. Che ci azzeccano, direbbe DiPietroantonio, la ragazze che danzano sui tavoli con i cento anni del bar? Che roba è il coyote? Ditemi del sex on te beach e del malibù. D’accordo, bisogna sapersi aggiornare, rivedere e correggere ma un secolo di vita va protetto, tutelato, tenuto sotto vuoto, qui gli scrittori (Pinketts) venivano a trovare ispirazioni, per i loro racconti, e aspirazioni per le loro sigarette e a rapinare cuori di femmine depresse. Qui, oggi, ovviamente, è proibito fumare ma il fumo della storia non lo puoi nascondere, anche se la luce è debole e il crauto vaga. Se cerchi un’ipotesi di Hemingway forse hai una probabilità, se cerchi sessantottini pure, con capello rado, il resto va sognato, immaginato, sparito il biliardo, sparito il tavolo per la scopa, i fornelli della cucina hanno vinto la partita. Cento anni di sandali e scarpine firmate, di eskimi e maglioncini in cachemire, un secolo di Magenta, auguri.