«Complotto contro Blair? Non lo sapevo»

E per la corsa alla successione alla guida del Labour «chi vuole candidarsi lo faccia»

Erica Orsini

da Londra

Se un complotto c'è stato, lui non ne sapeva nulla. E se altri volessero candidarsi alla guida del partito sono i benvenuti, che si proceda a un voto democratico interno. Sorride ancora, seduto in una poltrona dorata, il cancelliere Gordon Brown intervistato dal corrispondente politico della Bbc Andrew Marr nel programma di approfondimento della domenica mattina. E prima di iniziare a difendersi dalle accuse rivoltegli nei giorni scorsi riguardo ad un eventuale tradimento nei confronti di Tony Blair, spiega perché quel suo sorriso smagliante riportato sulle prime pagine di tutti i giornali non abbia niente di oltraggioso. «I giornalisti si sono scatenati - ha detto Brown - hanno detto che sogghignavo dopo essere uscito da un incontro avuto con Blair. In realtà stavo sì ridendo, ma parlavo con un mio collega del mio ultimo figlio… non aveva niente a che fare con la politica».
Marr lo incalza, il cancelliere s'inciampa su qualche battuta, ma non si sposta di un millimetro dalla versione data nei giorni scorsi. «Ho sempre detto a Blair che la decisione su quando dimettersi è una sua decisione, va presa nell'interesse del partito e del paese». Smentita con fermezza anche l'ipotesi di un complotto. «Non sapevo della lettera dei 15 parlamentari laburisti che hanno scritto a Blair per chiederne le dimissioni - ripete -: se l'avessi saputo avrei detto loro che erano stati malconsigliati. Avevo sentito dei pettegolezzi naturalmente, su quello che stava succedendo durante la settimana passata, ma non ho mai visto nessuna lettera».
I giornali di ieri però dimostrerebbero il contrario visto che alcuni hanno rivelato come proprio il giorno prima che il documento venisse reso pubblico, il principale firmatario, l'ex sottosegretario alla difesa Tom Watson, si sia incontrato con Brown nella residenza scozzese di quest'ultimo. Il cancelliere non nega, ma anche qui si tratterebbe di una cosa innocente e tira in ballo nuovamente i figli. Le famiglie si conoscono e Watson sarebbe entrato in casa soltanto per qualche minuto, giusto il tempo di consegnare un regalo per il nuovo bimbo di Gordon, Fraser.
Le dita delle mani intrecciate un po' alla Fantozzi, l'eterno numero 2 di Downing street ha tentato di ostentare totale serenità anche di fronte alle numerose critiche che gli sono piombate addosso da tutte le parti subito dopo che il primo ministro si era presentato in televisione per annunciare con evidente rammarico la sua volontà di lasciare nel giro di un anno. Imprevedibilmente, i ranghi si erano serrati intorno al premier e c'era stato chi come l'ex ministro agli Interni Charles Clarke aveva definito il comportamento di Brown in quel frangente «assolutamente stupido». Nell'immediato «toto leadership» scatenatosi in seguito all'annuncio di Blair altri si sono fatti avanti e ieri Brown si è detto tranquillo sull'ipotesi di una battaglia elettorale per la conquista della poltrona di primo ministro.
«Credo che un'elezione sia una buona cosa per il partito - ha dichiarato alla Bbc - non ci vedo nessuna difficoltà e certamente non ho problemi sulle candidature degli altri». Quanto ai colleghi che non lo apprezzerebbero affatto come nuovo leader laburista «dovrebbero sentirsi liberi di esprimere la loro opinione e di presentarsi a loro volta se questo è quello che vogliono… ».