Complotto palestinese per assassinare Olmert

Arrestati tre terroristi legati a Fatah ma l’Anp li ha già liberati. Il premier d’Israele furioso. Conferenza di pace a rischio

Brutto intralcio sulla strada del summit di pace di Annapolis, fra due settimane soltanto. Nell’aria fumigante di caldo come può esserlo solo sulla strada che porta a Gerico, giù nel deserto e sotto il livello del mare, il 6 agosto scorso il corteo di 11 automobili del premier israeliano Ehud Olmert si avviava verso un decisivo appuntamento con Abu Mazen: qui si stabilirono tempi, modi, accordi preventivi verso il summit di pace negli Usa che avrà luogo fra due settimane. Ma su quella strada, non fosse stato tutto buttato all’aria dallo Shin Bet, il servizio segreto interno israeliano, il quale aveva avvertito l’Autorità palestinese che Olmert avrebbe potuto esser assassinato. L’agguato a fuoco era stato a lungo concertato proprio da uomini di Fatah, l’organizzazione su cui il mondo intero confida per la pace, a fronte dell’estremismo di Hamas. Ieri in Israele, suscitando il più generale senso di sconforto, il capo dello Shin Bet Yuval Diskin ha rivelato ciò che gli uomini dei servizi israeliani sapevano da giugno, perché fu allora che il complotto, in vista della prima riunione dei leader, fu pianificato. Lo choc è doppio rispetto alla possibilità di disegnare il futuro della pace assieme all’attuale leadership di Abu Mazen, capo di Fatah e presidente dell’Anp. Fra gli inviti dell’opposizione a congelare il prossimo summit, si levano voci di prudenza persino da Kadima, il partito di Olmert: che cosa ci andiamo a fare ad Annapolis, dicono, con quelli che ci vogliono far fuori?
Due sono adesso i motivi dell’angoscia e della rabbia che si respirano nell’ufficio del primo ministro: il primo, come sottolineavamo, che il gruppo degli attentatori possa provenire da Fatah, forse da una sezione dei Tanzim che probabilmente fa capo alle Brigate di Al Aqsa, ma che, soprattutto, sembra sia formato da uomini della polizia palestinese.
Dei cinque attentatori, due sono stati messi in prigione dagli israeliani, tre, i cui nomi furono rivelati all’Anp di Abu Mazen, sono stati interrogati e messi in prigione da Fatah; solo che il 26 settembre, e questo è il secondo motivo di sospetto, sono stati di nuovo messi in libertà, nello stile di Arafat, inventore, fra l’altro, della tattica della porta girevole, in cui mostrava una faccia moderata mentre al contrario proseguiva nella politica dura.
Salam Fayyad, il primo ministro palestinese che ieri ha incontrato a Gerusalemme la presidente della Knesset, Dalia Itzik, ha cercato di gettare acqua sul fuoco dicendo che Olmert non ha mai veramente rischiato la vita, che in futuro non si avranno simili “disguidi” giudiziari e che, a ogni buon conto, i presunti cospiratori erano stati rimessi in galera venerdì. Ma Olmert non è disposto ad accettare facilmente scuse tardive per qualcosa che non solo poteva costargli la vita, ma che mostra da parte dell’Autorità palestinese la consueta compiacenza verso l’estremismo terroristico, che sogna il fallimento del vertice. Perché Abu Mazen ha lasciato che gli assassini potenziali tornassero in libertà alla vigilia del summit? Fors’anche, come sottintende l’onesto Fayyad, per l’abitudine a una gestione delle carceri e del sistema giudiziario confusa, tribale, legata ai capricci del raìs, come si conviene in un regime che di democratico ha solo le elezioni. In secondo luogo, il problema sta nella matrice ideologica: è l’atteggiamento ora di antagonismo ora di appeasement nei confronti di Hamas. Insomma, la mancanza della promozione di una cultura di pace che Israele non è più sicura di voler andare a cercare al summit di Annapolis.