Complotto Parigi-New York contro la moda made in Italy

I grandi gruppi d’Oltralpe alleati con quelli americani

Daniela Fedi

da Parigi

Che inno bisogna cantare nella moda internazionale, «Fratelli d'Italia» oppure la «Marsigliese»? Anne Wintour, potentissima direttrice di Vogue Usa, pur essendo inglese non ha dubbi su «God bless America» e nel frattempo a Parigi sono cominciate le sfilate del prêt-à-porter francese per l'estate 2006 con un calendario molto più sensato di quello che gli stilisti italiani hanno recentemente imposto a Milano. Lì il popolo della moda è stato praticamente costretto ad ammazzarsi di fatica perdendo eventi importantissimi, mentre qui sulle rive della Senna non sono previsti eccessivi tour de force. Secondo gli analisti finanziari il perché è presto detto: i grandi gruppi d'Oltralpe si sono alleati con gli americani per minare la centralità milanese sul prêt-à-porter ottenendo così da un lato il rilancio di Parigi, dall'altro lo spostamento di molti interessi su New York. Mario Boselli, presidente di Camera della moda italiana, sostiene invece che a suo parere non c'è tanto un disegno quanto un dannato gioco di potere che casualmente porta in questa direzione. Insomma chi ci capisce è bravo, ma certo tra sussurri e grida, vien solo voglia di sentire una voce forte e chiara. Come quella di Ennio Capasa, anima creativa di Costume National, griffe italianissima che sfila a Parigi dal 1990 e che stasera presenterà una nuova collezione non a caso ispirata dagli stilemi del nostro grande passato sartoriale. «Quando sono venuto qui essere giovani a Milano era un problema - dice - nessuno ti dava credito, pochi ti capivano e non avevi riscontri dalla critica. Ormai con Internet un luogo vale l'altro, ma comunque noi siamo sempre troppo esterofili, non sappiamo far sistema e promuoverci come dovremmo». Mentre parla mette a posto un meraviglioso ricamo sul vestito in jersey di cotone, toglie il cappello alla modella («troppo rétro - sostiene - la mia è un'immagine molto moderna») e aggiunge un fantastico paio di scarpe in lucertola e pelle di rospo, con il tacco fatto in palissandro di Treviso. «È un legno resistentissimo - spiega - con cui son state fatte le fondamenta di Venezia. Noi italiani abbiamo le stesse qualità: ci attaccano da tutte le parti, ma è dura farci affondare. Certo l'individualismo che da un lato ci caratterizza, dall'altro ci penalizza. Da noi ciascuno porta l'acqua al suo mulino, qui si mettono d'accordo». Va comunque detto che le sfilate parigine sono tecnicamente in mano a due soli gruppi: Ppr (Pinault Printems Redoute che con Gucci produce Balenciaga, Stella Mc Cartney, Alexander McQueen e Yves Saint Laurent) e Lvmh che vanta tra le altre griffe come Louis Vuitton, Celine, Christian Dior, Kenzo e Givenchy. Proprio dal potente gruppo che in Italia controlla anche Emilio Pucci, è arrivato ieri l'annuncio ufficiale della nomina Matthew Williamson alla direzione creativa della storica griffe toscana. Inglese, da tempo sulle passerelle di New York, Williamson sembra una conferma all'ipotesi di un complotto anglosassone contro l'Italia della moda. «Sciocchezze, molti dei nostri dirigenti sono italiani, come gli stilisti di Kenzo e Givenchy» dicono dal Gruppo Lvmh. La quadratura del cerchio arriva così da Antonio Berardi, talentuoso designer che ha appena abbandonato le passerelle milanesi a favore di quelle parigine. «Le ultime sfilate di Milano sono state troppo massacranti - dichiara - nel mio piccolo io spendo 300mila euro per uno show e non posso permettermi il lusso di avere la sala mezza vuota perché mi assegnano un orario impossibile. Dovrebbero mettere i grandi al mattino presto oppure a tarda sera: da loro comunque debbono andarci tutti». Sarà il caso di rifletterci perché i francesi pur di avere in calendario uno così l'hanno messo tra Valentino e Vuitton.