Comprare i diritti umani

Il caso cinese, oltretutto, dimostra quanto sia falso che alle libertà economiche prima o poi debbano equivalere anche quelle politiche: un’equazione che è la grande foglia di fico dell’affarismo occidentale e che è contraddetta sin dai tempi di Adamo Smith: non spiegherebbe, peraltro, l’esistenza dell’Italia fascista o della Germania nazista, laddove l’autoritarismo conviveva tranquillamente con la proprietà privata. Ora invece è ancor più chiaro a tutti che senza democrazia il mercato può svilupparsi esattamente come nei Paesi occidentali, anzi: le autorità cinesi temono semmai che liberalizzando e democratizzando possano mettere a rischio la crescita economica. Il miracolo cinese è tale anche grazie a un totale controllo sociale e politico, una morsa che possa via via soggiogare quel penoso sottoproletariato urbano creatosi attorno alle città e che rappresenterebbe, in una democrazia, un corpo sociale imprescindibile. Buona parte della produttività cinese del resto è basata sui lavori forzati di milioni di persone, e Hu Jintao, designato nel 2003 a segretario del Partito, fu chiaro sin da subito: non aveva in programma nessuna seria riforma democratica. Non gl’importa dei moniti di Bush, figurarsi dei nostri. L’unica arma che può scalfire la presupponenza cinese è la medesima che ha scalfito noi: quella economica. Se i diritti umani dovessero avere un prezzo, occorrerebbe cioè pagarlo. Ma non si vede chi possa premere il grilletto per primo. Non è tempo di eroi.