Compromessi impossibili

Nel momento in cui due divisioni israeliane si apprestano a entrare in Libano e a Roma si prepara la prima conferenza delle grandi potenze (più Onu, Ue e Libano) per cercare di contenere questo nuovo conflitto arabo-israeliano, può essere utile evidenziare le differenze sostanziali che distinguono questa invasione israeliana del Libano dalle precedenti e in particolare da quella del 1982.
La prima differenza è di ordine strategico. Nel 1982 Israele mirava, grazie all’alleanza con le milizie cristiane libanesi, a trasformare i rapporti di forza nel Libano e nel Medio Oriente. Intendeva farlo con un’operazione militare che partiva da basi d’attacco nel Libano meridionale. Nel 2006 Israele mira a raggiungere una soluzione politica usando la sua forza militare. Non ha speranze, come ventiquattro anni fa, di distruggere il nemico - l’Olp di Arafat - dal momento che l’avversario attuale, gli hezbollah, fanno parte integrale del sistema politico libanese. Non ha illusioni di poter mantenere sotto il suo controllo parte del Libano né di cambiare il suo presidente pro-siriano con uno pro-israeliano (come nel caso di Bachir Gemayel assassinato dai siriani). Per questo non esclude - come nel 1982 - una presenza internazionale nel Libano dotata di mezzi e di autorità per riportare quel Paese sotto il controllo effettivo del governo di Beirut e del suo esercito, controllo legittimato da una risoluzione dell’Onu (inesistente nel 1982) che impone il disarmo delle milizie sciite.
Sul piano politico le differenze sono ancora più pronunciate. In Israele c’è un governo unito prudente sostenuto dal 90 per cento della popolazione che considera questa guerra giusta e decisiva. Nel 1982 il governo era manipolato dal ministro della Difesa, Ariel Sharon, guidato da un premier, Begin, fisicamente indebolito con un Paese spaccato in due e un presidente dello Stato contrario ad una guerra i cui scopi erano stati cambiati da Sharon nel corso dei combattimenti senza autorizzazione del Parlamento.
Ugualmente evidenti sono le differenze sul piano internazionale. Allora Israele era solo e condannato. Oggi opera con l’appoggio esplicito degli Stati Uniti col riconoscimento dell’Onu di essere stato attaccato e con l’appoggio implicito di regimi arabi timorosi dell’espansionismo iraniano.
Infine sul piano militare le differenze sono evidenti ma invertite in termini di pericolo. L’esercito siriano non dispone più di basi nel Libano. Il suo posto è stato preso da una formazione militare, gli hezbollah, armata e ideologicamente guidata dall’Iran con lo scopo dichiarato di distruggere lo Stato di Israele. Israele lotta una volta di più per la sua sopravvivenza e questo spiega tanto la sua determinazione quanto la sua prudenza.
Il governo Olmert non intende - e non può, senza suicidarsi politicamente - fare compromessi in merito alla sicurezza e sovranità del Paese. Non si tratta di sproporzioni di violenza. Si tratta per lo Stato ebraico di vita o di morte alternativa inesistente per l’avversario e i suoi burattinai.
Il riconoscimento di questo fatto è il punto di partenza per ogni negoziato. Ignorarlo significa non solo non porre fine ai combattimenti in Libano. Significa creare i presupposti per un allargamento del conflitto. Israele non lo cerca ma potrebbe essere indotto, fino a tanto che dispone del potenziale per farlo, ad agire. Nessuno può chiedergli di suicidarsi con accordi che lascerebbero agli hezbollah e all’Iran l’iniziativa dell’uso della violenza.