Il compromesso antistorico

Egidio Sterpa

E ora spunta il compromesso antistorico. Storico fu definito quello di Berlinguer che, come le vicende degli ultimi lustri del ’900 hanno dimostrato, grandi profitti non ha procurato. Figuriamoci che ne verrebbe da questo nuovo e diverso, addirittura antistorico. Sì, antistorico, perché quello berlingueriano coinvolgeva almeno parti politiche che per più di un quarantennio si sono sì combattute, ma anche molto corteggiate. La storia politica, come noto, registra non pochi «flirt» tra sinistra e Dc. Persino Andreotti, leader moderato per antonomasia, giunse a ipotizzare «due forni».
La Grosse Koalition, il nuovo compromesso che circola nell’aria di questa fine legislatura, più antistorica non potrebbe essere, perché davvero tra la Casa delle libertà berlusconiana e l’Unione di Prodi, Bertinotti, Diliberto e Fassino (quest’ultimo certamente il meno oltranzista) proprio non c’è, né dal punto di vista culturale, né in termini squisitamente politici, alcuna possibilità di intesa ideale proficua. Qui davvero, assai più che tra i vecchi Pci e Dc, siamo si può dire al diavolo e all’acquasanta. Il che non è un giudizio ideologizzato, ma una pura constatazione.
Ma che vogliono dire allora queste fughe in avanti di Tremonti e Follini, che propongono per il prossimo futuro un’edizione italiana di Grosse Koalition? Solo ipotesi accademica, come s’è premurato di precisare Tremonti? Ma nella politica «politicienne» l’accademia non esiste, i virtuosismi contengono quasi sempre intenzioni e proposte. Quanto a Follini, che a suo tempo non fu lontano dal moroteismo, egli non cerca scuse, e infatti il Corriere di sabato scorso annota che «quasi la cerca» la Grosse Koalition, vale a dire il compromesso, storico o antistorico che sia.
Insomma, la politica italiana pare complicarsi vieppiù. Che succede veramente? Edmondo Berselli su Repubblica parla di «funambolismo politico», di «acrobazie». Paolo Mieli, ch’è stato il primo a chiudere la porta in faccia al «grande connubio», non esita a parlare di «trasformismi», classificando come «fallace e pericoloso» un eventuale «abbattimento della frontiera di divisione tra destra e sinistra». A conforto il direttore del Corriere cita una osservazione di Mario Monti, persona seria: «L’Italia del dopo elezioni non può permettersi bizzarri esperimenti politici».
Vediamo anche noi di ragionarci, perché alla fin fine questo è un affare che spetta anche a noi valutare e giudicare, direi soprattutto a noi che questa sponda abbiamo scelto per convinzione e opzione culturale.
Che senso avrebbe un incontro destra-sinistra per il governo del Paese? Non fu possibile neanche ai tempi della sinistra e destra storiche. E non vale prendere ad esempio il famoso «connubio» Cavour-Rattazzi del 1852, perché la linea liberale cavouriana non si spostò di un millimetro. E anche il recente esempio tedesco nulla ha a che fare col caso italiano: a Berlino si incontrano Cdu e socialisti, nasce semmai un centrosinistra e non un brutto e antistorico pateracchio come sarebbe ora quello italiano.
In verità la proposta non ha trovato, almeno finora, alcuna sponda a sinistra. Non conta tanto il «no» di Prodi, ridotto a leader irrazionale e rancoroso, preoccupato solo di non perdere l’occasione che il vuoto della sinistra gli ha offerto, conta invece non poco il «no» razionale di D’Alema: se la sinistra - dice -, vince non ha bisogno di cercare alleanze, e se si creano condizioni di ingovernabilità si va al voto.
Dove si vuole andare a parare allora con questa mano tesa unilateralmente? Scrive giustamente Stefano Folli su Il Sole 24 Ore: «Se lo fa è perché ritiene che il domani porti una sconfitta». Inesorabile su Repubblica Vincenzo Visco: «Tremonti si ripropone come punto di riferimento, in una delle sue molteplici reincarnazioni».
Sta qui, diciamolo chiaro, il vero problema della Casa delle libertà. Dove vuole andare Tremonti? Qui non è in causa la legge finanziaria che, come abbiamo già scritto, quest’anno finalmente è sostanzialmente buona e da approvare, ma il futuro di una coalizione, alla quale il suo leader, Berlusconi, ha dato un preciso carattere alternativo, e nella quale però si vanno creando troppi spazi per singolari e indecifrabili scorrerie.
Sì, che cosa vogliono dire certe stranezze? Mere stravaganze davvero non sono. Può sembrare che ne contenga l’ultimo saggio del superministro, Rischi fatali, ma ad un’attenta lettura così non pare. E non solo a noi. Pierluigi Battista, che non è un recensore qualsiasi, sul Corriere annota il caso di «un ministro liberale di un governo liberale che demolisce attraverso un libro i pilastri della sensibilità liberale corrente». Aggiunge, ad aggravare il peso - in cauda venenum, si direbbe -, che il libro è forse «la spia di una disintegrazione più radicale del retroterra culturale». Vi pare poco? Quanta strada nel futuro si può fare con tanta ambiguità? Siamo all’Amleto: essere o non essere.