Un computer sul polso per telecomandare il lavoro dei dipendenti

Molti supermercati d’Inghilterra usano un bracciale-chip per conoscere i movimenti degli impiegati. I sindacati: «Disumano»

Lorenzo Amuso

da Londra

La denuncia arriva dai sindacati britannici, che gridano alla «disumanizzazione» del posto di lavoro. Le corsie dei supermercati come batterie di polli di allevamento. Ma al posto dei pennuti, nello scomodo ruolo delle vittime predestinate e sorvegliate, ecco i dipendenti. Tutta colpa dei nuovi braccialetti-computer che consentono comunicazioni in tempo reale con magazzini e uffici amministrativi. Il dispositivo tecnologico, di provenienza statunitense, è l'ultimo ritrovato in materia di efficienza e produttività aziendale, grazie al quale cassieri e magazzinieri aggiornano in automatico i fornitori sulle rimanenze sugli scaffali e nel contempo ricevono ordini (o «vengono telecomandati», come sostengono i rappresentanti sindacali).
Se negli Stati Uniti l'uso, e la diffusione, dei mini-computer da polso è ormai ampiamente consolidato, nel Regno Unito, dove si calcola siano fino a 10mila i modelli in circolazione, ha sollevato più di una perplessità. Così uno dei principali sindacati del Paese, il Gmb, ha commissionato all'Università di Durham uno studio sulla nuova tecnologia «cottimistica», scoprendo che induce disaffezione, demotivazione e depressione in chi lo indossa. «Riceviamo ogni giorno lettere di gente che si licenzia - ha dichiarato Paul Campbell, uno dei massimi dirigenti della Gmb -. L'idea di fondo è di controllare ogni singolo istante del lavoratore. Se migliora l'efficienza, di certo non vengono tenute in considerazione le necessità umane».
Al di là delle reazioni negative dei dipendenti, ciò che maggiormente preoccupa i sindacati è l'invasivo monitoraggio che il braccialetto esercita su ogni movimento, singola azione, di chi lo indossa. Non solo il ritmo di lavoro, gli spostamenti o le pause-caffè, ma anche le interruzioni di natura fisiologica non-autorizzate vengono segnalate alla centrale operativa, in grado di localizzare con la massima precisione - attraverso l'apposito satellite - ogni mini-computer. Proprio come fosse un sistema di sorveglianza di una prigione. «Questi sistemi provocano la completa dissoluzione dell'invisibilita», nell'ambito della quale un lavoratore non può far nulla senza che la macchina ne sia al corrente e lo controlli», accusa Martin Dodge, studioso di ambienti di lavoro presso l'University College di Londra.
«Questa tecnologia deve essere ripensata per garantire un effettivo aiuto ai lavoratori e non farli diventare degli schiavi», rincara Paul Kenny, segretario generale del sindacato. Il più delle volte indossati al polso, i mini-computer possono essere fissati anche ai vestiti e, nonostante in Europa siano arrivati solo sei mesi fa, sono sempre più utilizzati nel mercato della grande distribuzione (alimentari e abbigliamento). Semplificazione e ottimizzazione del lavoro, spiegano le aziende che lo hanno adottato. «A tutti piacciono i computer indossabili perché sono comodi e facili da usare. Di conseguenza il lavoro diventa più semplice», sostiene un portavoce della catena di abbigliamento Peacock. Un'analisi solo in parte condivisa dall'autore della ricerca, il professor Michael Blakemore, che sottolinea il prezzo, in termini di alienazione, pagato dai lavoratori, deprivati di qualsiasi stimolo all'iniziativa o libera scelta. Uomini, ridotti ad automi, che ricevono ordini impartiti da computer. Un epilogo a cui i sindacati non sembrano pronti a rassegnarsi. «Gmb non è un'organizzazione di luddisti, ma non ce ne staremo a guardare mentre i nostri iscritti vengono ridotti a robot. Ci batteremo contro questa tecnologia perché, così com’è, rischia di schiavizzare i lavoratori», conclude Campbell.