Comune: in 4 anni spese raddoppiate per i rifugiati

«La spesa del Comune per i rifugiati politici è più che raddoppiata negli ultimi quattro anni». A denunciarlo Mariolina Moioli, l’assessore alle Politiche sociali che ieri ha partecipato alla commissione convocata per discutere del Piano rifugiati. Rispondendo a una domanda del consigliere Basilio Rizzo 8Lista Fo), Moioli ha spiegato che «nel 2002 le spese ammontavano a 800mila euro, nel 2003 sono passate a un milione e 380mila e nel 2004 a un milione e 763mila. Nel 2005, per garantire 300 posti, Palazzo Marino ha impiegato 2 milioni». Una spesa che negli anni non ha fatto che crescere. Non ancora definito il consuntivo 2006, ma anche quest’anno i posti garantiti sono 300. E i fondi ricevuti dal ministero 910mila euro, poco più dei 900mila ricevuti dal Comune nel 2004. «Il piano del ministero per i rifugiati - spiega la Moioli -, prevede 2.500 posti letto su tutto il territorio nazionale. Milano riceve finanziamenti per 100 posti, mentre in realtà ospitiamo 300 persone». Tutte sistemate in cinque centri per rifugiati politici e per richiedenti aiuto umanitario. Quelli di via Sammartini e via Gorlini per le donne gestiti dalla Croce Rossa, via Novara, via Testi e via Giorgi dalle associazioni. Nei 300 posti disponibili, sottolinea Moioli, «in realtà quest’anno abbiamo già ospitato, per il turn over, almeno 700 persone». Positivo l’intervento sui rifugiati dell’ex caserma di viale Forlanini. «Siamo riusciti a trovare 85 posti, più della metà dei 160 richiesti. E poi, tramite la Regione e il terzo settore, ne abbiamo individuati altri 30-35». In 25 saranno ospitati in una nuova struttura, Villa Amantea a Baggio, 10 persone dalla Casa della carità e altri, in Italia già da anni, in viale Ortles. Ora sembra che ci sia anche la disponibilità di «una decina di comuni lombardi», tra i quali Lodi, Cremona, Bergamo, Brescia, Varese. «Arrivo dalla Regione - racconta la Moioli - dove ho chiesto che venga convocato il Tavolo per i rifugiati, perchè ritengo sia corretto che ci sia un luogo in cui istituzioni e associazioni interessate siano informate sulle soluzioni che via via si trovano. Per questo problema è l’Unione Europea che deve prendere in mano la questione».