Il Comune compra i dischi invenduti in via del Campo

(...) Assurdo soprattutto perché appunto toglie soldi a servizi essenziali ma non si fa problemi a finanziare investimenti meno indispensabili.
Come nel caso dell’acquisto del negozio di musica che fu di Gianni Tassio. Il negozio di via del Campo considerato legato a Fabrizio De André, soprattutto dopo l’acquisto all’asta da parte del titolare di una delle chitarre appartenute al cantautore genovese. Il Comune, o meglio l’assessore alla Cultura Andrea Ranieri, ha ritenuto di comprarlo con tutto quel che contiene, per «contribuire all’animazione culturale e turistica di via del Campo». E allora ecco che il Comune trova miracolosamente 310mila euro più iva per comprare i muri del negozio e altri 13.016 euro per acquistare in stock tutta la merce presente in inventario. Centinaia di dischi in vinile o in cd, vhs o musicassetta. Non solo di De André peraltro.
L’opposizione è furibonda. «Abbiamo chiesto in tutti i modi all’assessore Ranieri di tornare sui suoi passi - esplode la rabbia di Raffaella Della Bianca, capogruppo di Forza Italia - È inammissibile che si spendano certe cifre. Soprattutto in un bilancio che invece richiede sacrifici, aumenta le tasse alla gente, spreme ancora di più le attività commerciali con ritocchi a tutti i balzelli, come quello della Cosap. Da settembre Tursi non paga più gli assegni di povertà. Dicono che non ci sono i soldi. E poi andiamo a comprare i dischi e un negozio del centro storico? Abbiamo presentato tantissimi emendamenti come gruppo di Forza Italia perché infinite sono le cose che non vanno, ma la giunta non può tirare dritto su tutto».
Sull’assurdità di un intervento del genere ad opera del Comune ha puntato l’indice anche Lilli lauro, della Lista Biasotti. «Se davvero questo edificio ha un valore simbolico dovrebbe intervenire il Fai, non il Comune di Genova - fa presente la consigliera arancione - L’assessore mi ha risposto che questi enti fanno tutto loro e si lamentano che le istituzioni non danno mai contributi. Ho proprio idea che Ranieri voglia fare qualcosa per essere ricordato. E pensa di fare il museo di De André». Un museo che in realtà non ha nulla del museo. Perché in realtà si tratta di un negozio di dischi, molti dei quali usati. Moltissimi dei quali non sono neppure di De André. «Ho chiesto all’assessore cosa ci sia davvero di De André, qualche cimelio, qualcosa da valorizzare - interviene Giuseppe Murolo, di An - Non mi ha saputo rispondere. Ci sono un sacco di dischi che potrebbero tranquillamente essere trovati sulle bancarelle di piazza Colombo, da qualche rigattiere, nei mercatini. E dopo che il Comune acquista per 350mila euro un negozio in difficoltà, deve anche pagare migliaia di euro per questa merce?». E qui escono due altri particolari del progetto di Tursi. Il primo è un vero giallo e riguarda l’unico «pezzo» eventualmente pregiato: la chitarra di De André. Nella delibera proposta dalla giunta si dice che nel negozio è presente «un patrimonio il cui valore va ben oltre la semplice stima commerciale, in quanto contiene collezioni discografiche, fotografiche e oggettistiche sui cantautori genovesi e, in particolare, la chitarra appartenuta a De André e acquistata a un’asta benefica il 6 gennaio 2001 con un’offerta di 168,5 milioni di lire». Il problema è che nell’allegato alla delibera, che fa l’inventario del materiale da dare al Comune, della chitarra non c’è traccia. Mentre gli eredi di Tassio si sono impegnati a vendere al Comune la «collezione discografica, fotografica e oggettistica al prezzo complessivo di 13.016 euro, oltre la chitarra appartenuta a De André». Oltre la chitarra, e anche oltre i 13mila euro? Scritto così, significa che si impegnano a vendere la chitarra, ma non in quella cifra.
L’altro aspetto curioso, che fa notare ancora Murolo, riguarda la stima del materiale presente nel negozio. È lo stesso Comune che ammette il genere di merce che intende comprare nel momento stesso in cui scrive che i valori dei dischi e dell’altro materiale sono state tratte da «indagini attuate presso negozi e bancarelle attive sul territorio, quotazioni presentate sul mercato on line, pareri raccolti direttamente da collezionisti privati e appassionati». Per dar da mangiare ai poveri non c’era bisogno di fare indagini tra i mendicanti della città.