Il Comune fa andare in rovina i «poli» per handicappati gravi

Le cinque strutture all’avanguardia a livello nazionale non hanno più personale specializzato

Roberta Gallo

La mannaia del Comune di Genova si abbatte anche sui «poli gravi». Regione e Ministero, però, non tendono una mano per salvarli.
Erano il fiore all'occhiello delle scuole della Superba, unica città in tutta Italia a possederli. E, oramai, stanno morendo sotto i colpi della noncuranza, dell'inettitudine, del disinteresse. L'Sos arriva dagli insegnanti. Ma, che cosa sono i «poli gravi»? Sono delle strutture per bambini portatori di gravissimi handicap, che non possono stare fisicamente nelle aule. Sono bimbi per lo più costretti su sedie a rotelle o a stare, per la maggior parte della giornata, sdraiati su materassi antidecubito. Vengono imboccati per mangiare, portano il pannolone. Insomma, sono tutti quei disabili, psichici e fisici, che una tempo erano inseriti nelle cosiddette «classi speciali», oppure negli istituti. Insegnanti coraggiosi, però, hanno creduto che anche oltre il muro di un bambino autistico, oltre la difficoltà di espressione di uno spastico ci fosse comunque e sempre una persona da educare. «E così sono nati i poli - racconta Anton Maria Chiossone, insegnante del polo gravi della scuola elementare "Anna Frank" - una grande scommessa, una grossa sperimentazione, che va avanti dal 1986 con l'avvallo del Comune, della Regione e del Ministero della Pubblica Istruzion». Ma, mentre all'inizio le istituzioni se ne facevano un gran vanto, portando a visitare i cinque poli presenti in città a delegazioni di insegnanti provenienti dalla Francia, dal Giappone e da altre nazioni, piano piano il disinteresse ha preso il sopravvento. «Secondo loro - spiega ancora Chiossone - questa sperimentazione poteva andare avanti da sola. Ben strutturata, con personale specializzato, sarebbe durata per sempre». Però, come il «per sempre» non esiste nei matrimoni, uguale è stato per i «poli gravi». Il personale super motivato che li aveva fondati ha incominciato ad andare in pensione. E, come nelle classi dei normodotati, anche qui è iniziato il balletto degli insegnanti. «A differenza delle classi normali - spiega ancora Chiossone - qui il risultato di tutto il tuo lavoro lo vedi a distanza di anni, quando lo vedi. Quindi c'è bisogno che le persone che lavorano qui ci stiano a lungo, e non lo usino come luogo dove non fare nulla. Perché - dice con molta rabbia - la filosofia di molti è anche questa, e il luogo, per forza di cose, ti agevola anche a farlo».
E poi il Comune ci ha messo la sua con gli Osa, il personale infermieristico che deve affiancare gli insegnanti, nel continuo sostegno, anche medico, di questi bimbi. Come ha «esternizzato», parola che va tanto di moda negli ultimi tempi, tanti servizi, tra cui la mensa, ha pensato di subappaltare il servizio infermieristico di questi bambini alle cooperative. «E, senza nulla togliere alle persone valide che sono venute - racconta Chiossone - ma in un anno siamo riusciti a cambiarne quattordici». E ciò, anche agli occhi dei più profani, non appare una cosa seria.
Oltre alla elementare Anna Frank, gli altri quattro poli sono a Teglia, alla Perasso, alla direzione San Francesco, a Voltri.
E intanto il Comune nicchia. Anzi. All'Anna Frank, hanno eretto un muro divisorio tra il polo gravi e il passaggio che porta alle classi. E l'integrazione, tanto sbandierata dal Comune, così invece subisce un blocco.