Il comune leghista con il campo rom a 5 stelle

Il sindaco: «Sanno di avere diritti ma anche doveri. Lamentele? Magari certi italiani fossero come loro»

Gianandrea Zagato

da Lissone (Milano)

C’è sempre qualcosa in fondo a una città. Anche lì al confine tra Desio e Lissone, nord Milano. Lì dove la metropoli cambia e si fa bella con gli alberghi a cinque stelle e quel centro commerciale che fa tanto America. Proprio lì, in quella terra di frontiera governata dalla Lega, è un campo nomadi. Non uno di quelli che puzzano malessere e che sputano dolore. No, lì, nel cuore della Brianza, dove l’estate spara addosso calore come un phon, non c’è traccia di degrado. Sostantivo cancellato dai padani con tanto di applausi degli elettori.
Campo nomadi a due passi dalla tangenzialina che, vanto leghista, è «un esperimento di integrazione non forzata». Orgoglio del sindaco Ambrogio Fossati: oltre il preconcetto, «faccio quello che non sanno fare i sindaci del centrosinistra». E lo fa concretamente in via Del Guado. E con lui è impegnato anche il sindaco azzurro di Desio, Giampiero Mariani, «infatti l’ingresso al campo è sul nostro territorio». Convenzioni, regolamenti e tutta quella burocrazia che si traduce in un’immagine senza baracche né latrine a cielo aperto ma con roulotte servite di acqua potabile, elettricità e gas, «con il contributo dei nomadi». Esempio di una lingua d’asfalto che non è l’inferno milanese di via Triboniano, ferita aperta a quindici fermate d’autobus da piazza Duomo dove i topi fanno festa e l’illegalità travolge tutti e tutto. In via Del Guado trovare una cartaccia a terra è come vincere un terno al lotto, «ce l’hanno detto chiaro e tondo che non è casa nostra, che siamo ospiti e noi smaltiamo i rifiuti» dice Bogdan. «Sappiamo che quelli lì, i leghisti, sono chiamati razzisti... ma con noi non lo sono». Le regole, innanzitutto: diritti sì ma pure doveri. Equazione solidarietà uguale legalità, tanto cara al prefetto meneghino Bruno Ferrante. «Non c’è altra soluzione» chiosa il sindaco: «Non è uno slancio di cuore ma la realizzazione del detto “prevenire è meglio che curare” o, se suona meglio, civile convivenza nel rispetto delle proprie identità». Prova del nove: neanche un nomade a mendicare sulle strade di Lissone, «sanno che è vietato», neppure un rom sui mattinali dei carabinieri di Lissone, «vivere ai margini qui è fuorilegge», nemmeno un sinti assente ingiustificato a scuola. «Questione di controllo, discreto ma costante» fa sapere il comandante dei ghisa che un paio di volte alla settimana «verifica sul campo» lo stato delle cose e «i nuovi arrivi». Già, sono nomadi non nomadi «stanziali»: «Patti chiari e amicizia lunga: lì c’è posto per venticinque roulotte e non una di più. Che calcolatrice alla mano vuol dire cento-ospiti-cento». Tutti e cento, nessuno escluso, che non «rompono» con i vicini di casa: «Lamentele? Niente da dire, solo ogni tanto qualche rumore di troppo ma si sa che le loro feste sono un po’ troppo musicali», «magari certi italiani fossero come loro...», «puliscono e tengono in ordine i loro campo, i primi tempi non è stato facile: usi e consuetudini diverse poi, però, si sono adeguati e adesso tutto fila lascio».
Una rivoluzione silenziosa, «è la prima volta che la stampa si occupa del nostro campo attrezzato» butta là il borgomastro padano, sulla linea di confine con tanto di infermeria visitata dal medico almeno una volta alla settimana. Spaccato che si vede al di là della Valassina, con un rom intento a bagnare con una brocca d’acqua fiori rossi e blu, come se quel campo fosse un giardino. Così da poter sorridere quando guarda quei palazzoni popolari che sorgono là in fondo e che hanno, loro sì, una brutta fama.