Il Comune di Levanto rifiuta la residenza a una donna sposata

I vigili urbani non rilasciano il nullaosta perché spesso non hanno trovato in casa la donna

Luisa Barberis

Nonostante sia economicamente indipendente e felicemente sposata non riesce ad ottenere la residenza in un’abitazione, di sua proprietà, ma diversa da quella del marito. Succede a Levanto, dove una donna della provincia milanese, ormai prossima alla pensione, decide di acquistare un appartamento per andare a viverci col figlio, mentre il marito in settimana resta a lavorare in città.
Mentre la legge sulle pari opportunità consente ai due coniugi di avere la residenza in luoghi differenti, il Comune di Levanto no.
L’incredibile vicenda inizia nell’ottobre 2005 quando la donna, da sempre innamorata del borgo marinaro del levante ligure, compra un appartamento. Scatta quindi la richiesta al Comune per ottenere la residenza abituale almeno fino a settembre 2006, data in cui la donna sarebbe andata in pensione e avrebbe potuto trasferirsi a Levanto.
La risposta dell’amministrazione arriva a febbraio, quattro mesi d’attesa per ricevere esito negativo. Non solo a Levanto suona strano che la moglie decida di abitare lontano dal marito, anche se la scelta è dettata da motivi di lavoro, ma la donna si vede anche imputare il fatto di non essersi fatta trovare in casa dai vigili. Difficile essere reperibile durante i controlli d’accertamento dato che questi vengono effettuati al di fuori dei periodi stabiliti: fasce orarie concordate dato che si tratta di una residenza abituale e non fissa.
Viene da chiedersi come mai nell’Italia di oggi che vanta uguaglianza tra i due sessi, sia così difficile per una donna sposata avere una casa propria: il tutto alla faccia delle pari opportunità e delle disposizioni del diritto di famiglia!
La coppia non demorde e con la legge alla mano ottiene un incontro con l’assessore Agata Ilario, delegato demografico del Comune di Levanto, ed il comandante dei vigli urbani.
Su suggerimento delle autorità, che danno per altro parere favorevole all’istanza, la domanda viene inoltrata una seconda volta. Durante i controlli di rito questa volta i vigili urbani trovano la donna in casa che dichiara la disponibilità per il pomeriggio, ma neanche a dirlo la successiva ispezione viene fatta al mattino. Ecco quindi arrivare il secondo esito negativo, motivato dal fatto che gli interessati non erano in casa. Forse un cittadino non deve lavorare finchè non ottiene la residenza?
Da ottobre 2005 si è ormai giunti a settembre 2006 e la donna, ormai in pensione, ritenta per la terza volta e chiede la residenza fissa per vivere a Levanto. Questa volta nessun vigile va a bussare alla porta della signora, che terrorizzata dall’ennesimo fallimento, si chiude letteralmente in casa per tre settimane in attesa dei controlli. Ridotta agli arresti domiciliari solo perchè colpevole di aver inseguito il suo sogno di andare ad abitare in una località di mare dopo una vita di lavoro.
In seguito ai reclami, i vigili arrivano, ed, ironia della sorte, in casa c’è la moglie, c’è il figlio ma c’è anche il marito e da qui nasce la complicazione. Se l’uomo si trova spesso in casa, come risulta dal vociferare del quartiere, anche lui deve chiedere la residenza.
Troppi o troppo complicati gli elementi dell’iter burocratico: ai vigili servono almeno 60 giorni per valutare il tutto, stesso termine temporale previsto per persone con problemi di salute o economicamente fallimentari. Sessanta giorni che vanno ad aggiungersi ad un anno di attesa. L’ultimo tentativo una lettera che la famiglia pochi giorni fa ha inviato al Sindaco e all’ufficio anagrafe di Levanto, responsabili secondo la legge delle pratiche per ottenere la residenza.
Dopo il caso di Castelletto, dove la burocrazia da due anni ancora non riconosce ad un genovese il diritto di trasferirsi in una casa che già gli apparteneva, la storia si ripete a Levanto. Nuovamente al cittadino non è dato sapere secondo quali criteri, o mancanze, la propria domanda di residenza venga rifiutata. Surreali anche gli accertamenti dei vigili urbani, con tanto di eventuali verifiche non solo della presenza fisica ma persino dell’esistenza della biancheria intima dei cittadini ed i minacciosi avvisi di «ulteriori visite» a sorpresa che tanto fanno pensare a trattamenti analoghi a quelli riservati ai delinquenti agli arresti domiciliari.
A oggi la vicenda dei coniugi di Levanto non ha ancora trovato una soluzione, solo stress e disagio per la donna che in questi giorni di festa ha deciso di non venire a Levanto, terrorizzata dall’idea di dover aprire i cassetti di fronte ai vigili urbani.