Comuni, Finanza e Rai Il risiko del Senatùr per smarcarsi dal Pdl

Lega sempre più padrona: Paragone verso la direzione di Rai2. E alle amministrative corre da sola in 150 città

Roma - Roma ladrona, Lega sempre più padrona. La colonizzazione padana avanza, e con le amministrative potrebbe segnare un notevole progresso. Più centri, medio-piccoli ma anche grandi, vestiti di verde camuno, ma come conseguenza un peggioramento sensibile dei rapporti con il Pdl, esplosi con la questione Libia. Le due carte su cui si gioca tutto sono Milano e Bologna. Nel capoluogo emiliano la Lega ha un suo candidato, il maroniano Manes Bernardini, sostenuto anche dal Pdl. I sondaggi sono buoni, la Lega ci punta molto, come dimostrano i pellegrinaggi continui dei boss leghisti (da Bossi a Maroni a Calderoli e altri) a Bologna per lanciare il loro uomo. Con una lettura in controluce: «Se a Bologna passiamo mentre a Milano la Moratti va al ballottaggio, il rapporto con il Pdl al nord si ribalta, sono loro che diventano una costola della Lega» confessa un big leghista a microfoni spenti. Anche perché i consiglieri si eleggono comunque al primo turno, mentre al secondo corrono solo i candidati sindaci. E chissà - ragionano in via Bellerio - quanti dei «nostri», a fine maggio, andrebbero per votare solo la Moratti (mentre i leghisti sono certi di un sabotaggio pidiellino al secondo turno per Bernardini). «Giorgetti (capo della Lega lombarda, ndr) non permetterebbe scherzi a Milano, perché se salta l’asse lì, dopo un mese salta il governo» spiega un parlamentare leghista. Bossi non ha preso affatto bene, raccontano i fedelissimi, che Berlusconi si sia presentato capolista a Milano, dopo che il Senatùr aveva avanzato una sua possibile candidatura-simbolo a Milano. Segno di nervosismo pidiellino versus la Lega, il cui leader lamenta di non essere neppure stato avvisato della «discesa in campo» meneghina del Cavaliere. Questa frizione ha generato uno stato d’animo contraddittorio nella Lega, che non vuole certo mollare Milano al centrosinistra, ma che è pronta a indicare nell’alleato il responsabile di una eventuale prestazione loffia della coalizione.

Intanto la marcia su Roma procede, su vari fronti. La Lega si è presa un asset nevralgico dell’economia nazionale, piazzando un suo uomo (in realtà non un leghista doc, ma amico di Giorgetti e Maroni), Giuseppe Orsi, in Finmeccanica, come amministratore delegato. Il sodalizio fortissimo con Tremonti (molto significativa la battuta di Bossi: «Non so se lo prestiamo a Berlusconi» come suo delfino...) assicura alla Lega un punto di contatto privilegiato con la galassia controllata dal Tesoro, mentre sulla Rai si prepara un altro colpaccio (senza contare la storica amicizia con il manager-banchiere Massimo Ponzellini). Bossi ha dato il via libera alla nomina di Lorenza Lei alla direzione generale (col voto della consigliera Bianchi Clerici in cda) come contropartita per la direzione di Raidue, che con tutta probabilità andrà - e in tempi brevi - a Gianluigi Paragone. Con in programma per il futuro (non immediato) uno spostamento delle produzioni nel centro Rai di corso Sempione a Milano. Il vecchio sogno di una rete pubblica al Nord si avvia a prendere corpo.

I colloqui Bossi-Tremonti sono costanti, e - raccontano dall’entourage del capo leghista - sarebbe stato il ministro dell’Economia a consigliare prudenza al Senatùr, perché «se ora salta il governo saltano anche i conti pubblici». Intanto il leader del Carroccio prende le distanze dalle uscite Di Berlusconi sui giudici, asseconda il Quirinale, e muove i suoi alfieri. La crepa che ha aperto la diga nei rapporti Lega-Pdl è stata la crisi libica, e la dichiarazione a freddo sulla partecipazione dell’Italia ai bombardamenti. «Bossi era furibondo con Berlusconi, non lo si vedeva così da molti anni» dice un leghista testimone degli sfoghi verbali del capo. Ma l’avanzata del potere leghista, anche in contrapposizione all’alleato, era già iniziata da tempo. Su 660 comuni in cui la Lega è in lista per le amministrative, in ben 150 corre da sola, contro il Pdl. In tre comuni su dieci chiamati al voto in Romagna (gestita dall’efficientissimo Gianluca Pini, deputato), la Lega ha il suo candidato. E negli altri, dove è in coalizione, ha «scelto» quello del Pdl, come a Rimini dove è stato cambiato addirittura quando i manifesti erano già stati stampati. In Emilia anche è spesso da sola, a Trieste lancia Massimiliano Fedriga, deputato. In Veneto va col Pdl ma lì il sorpasso è già cosa fatta.

La Liguria è un’altra regione rossa su cui la Lega sta puntando molto. Ha già un sindaco ad Albenga, ma ha imposto un candidato suo anche ad Alassio, mentre a Diano marina presenta il deputato Giacomo Chiappori che corre «contro» un candidato del Pdl, di stretta osservanza scajolana, Monica Muratorio. Ancora più tesa la situazione in Lombardia, specie a Gallarate, dove la Lega è alleata con Fli, contro il Pdl. Lì è candidata Giovanna Bianchi Clerici, e Bossi tiene così tanto a quel test che ci è andato quattro volte in dieci giorni («votate il Bossi giusto, non quello sbagliato», cioè Massimo Bossi, candidato Pdl). Se la Lega vincesse, con l’appoggio dei finiani e magari del centrosinistra al secondo turno, sarebbe un precedente piccolo ma pesante.