Comunicare nell’era del web tra etica, rischi e fantasia

Del potere delle parole. Incisive, umilianti, gratificanti. Dell’arte di imparare a usarle. Dell’etica da rispettare, della manipolazione delle notizie, della fiducia nel prossimo. Da un lato ci sono i poteri forti, dall’altro le nuove tecnologie. Il mondo della comunicazione è così, sfaccettato e in movimento. Affatto lineare, imprevedibile come i casi della vita. «Niente di più facile, niente di più difficile», in apparenza facile come bere un bicchier d’acqua nel quale però - come proverbio insegna - ci si può perdere. Così due dei massimi esperti della comunicazione in Italia, Stefano Lucchini (direttore delle relazioni istituzionali e della comunicazione del gruppo Eni) e Gianni Di Giovanni (responsabile della comunicazione esterna Eni) hanno intitolato il loro manuale (pratico) per la comunicazione (ed. Lupetti). Presentato ufficialmente ieri mattina agli studenti dello Iulm, università di lingue e comunicazione, il volume «è indirizzato a manager, imprenditori, comunicatori, giornalisti, studenti - ha esordito Di Giovanni -. Nella prima parte si confrontano il mondo dei media e il punto di vista dell’azienda, nella seconda illustriamo quali sono gli strumenti e le tecniche per farli incontrare. Non è un manuale teorico, abbiamo portato la nostra esperienza costruita sul campo».
E via con gli esempi. L’informazione sta cambiando? I social network divulgano più contenuti di un quotidiano? E chi li controlla? Ma soprattutto il messaggio arriva al destinatario? Di Giovanni ha citato Dave Carrol, il cantante country che, infastidito dal comportamento degli addetti al trasporto bagagli della compagnia aerea United Airlines (li aveva visti mentre caricavano le chitarre alla rinfusa, gettandole le une contro le altre) ha composto una canzone, country ovviamente, dal titolo «United breaks guitars». L’ha inserita su youtube, il brano è stato cliccato più di 95mila volte, ha fatto il giro del globo virtuale e reale senza che la compagnia aerea se ne accorgesse. Arringati i ragazzi: «Così sapete cosa sarete chiamati a fare un domani, non dovete solo occuparvi di quel che scrive la stampa tradizionale. Pensate che Facebook in un giorno in tutta Italia sforna dai 3 ai 7 milioni di contenuti. Ovviamente c’è differenza fra chi scrive quello che gli passa per la mente e chi vaglia e rende fruibili le notizie». Altro argomento, la reputazione. Quante energie richiede il «costruirsi un’immagine?». Memorabile il caso della BP British Petroleum, «la società inglese aveva investito miliardi di sterline in comunicazione - ha ricordato l’autore -. Aveva creato un logo famosissimo, un sole verde per suggerire il basso impatto ambientale, ma è rimasta coinvolta in uno dei più grandi disastri che abbia mai colpito l’America, una falla alla piattaforma petrolifera, milioni di litri di greggio dispersi nell’oceano. Il danno di immagine per quell’azienda è stato infinito. La gente non andava più a far benzina ai distributori BP». E poi altri casi clamorosi. Dall’omaggio che l’ufficio comunicazione Tim fece ai giornalisti (un telefonino) e che questi ultimi rifiutarono considerandolo un tentativo di corruzione. Alla catena di solidarietà che si formò attorno a Rossella, una bambina affetta da una malattia rara: fu il clamore mediatico a salvarle la vita.