DALLA La comunicazione che verrà

Il cantautore, docente di tecniche e linguaggi pubblicitari: l’emozione è lo strumento migliore per diffondere messaggi

Era l’88, la primavera bolognese addolciva il profilo delle colline, le fettuccine profumavano di ragù e il lambrusco era del genere caro agli dei. Lucio Dalla mesceva e mi raccontò, tra un sorso e l’altro, come fosse nata La sera dei miracoli, la sua canzone più magica: «Ero alle Tremiti, c’era una luna immensa e io camminavo in un vicolo. Arrivai ad uno spiazzo, una dozzina di cani sedevano in cerchio, attorno al capobranco. Ebbi la sensazione che quest’ultimo, in qualche modo, parlasse, e che gli altri lo ascoltassero. Poi l’assemblea si sciolse e tutti sciamarono nel buio, alla spicciolata. Tornai a casa e scrissi: “È la sera che i cani parlano tra loro/della luna che sta per cadere/e la gente corre nelle piazze per andare a vedere/questa sera così dolce che si potrebbe bere”».
Dev’essere nato anche da qui il suo interesse per la comunicazione, «questo fatto misterioso e celeste» che oggi impegna Dalla, come docente di tecniche e linguaggi pubblicitari, all’ateneo di Urbino, coerente con una vocazione poliedrica che lo ha spinto dalla canzone al cinema, dal teatro all’opera pop - l’acclamatissima Tosca -, dalla novellistica - l’intrigante Bella LaVita - al varietà televisivo, infine dalla gestione d’una galleria d’arte alla cattedra universitaria. Fino alla pubblicazione, per Franco Angeli editore, d’un libro acuto e spiazzante, La nebulosa della comunicazione, con sovratitolo «Gesù, San Francesco, Totò», in appendice contributi di Vincenzo Mollica, Giampiero Solari, Oliviero Toscani.
Solo che è ormai una liaison senza illusioni, ha un po’ l’amarezza d’un amore tradito, quella di Dalla con la comunicazione. «In teoria - dice lui stesso - comunicare significa stendere un ponte tra culture, che corra tra gli individui e crei il sociale, polverizzi le distanze spazio-temporali» pur muovendosi sui binari della quotidianità e della corporeità: «Come insegnano, appunto, Cristo, Francesco d’Assisi e Totò, maestri di rappresentazione pura e di linguaggio del corpo», si accalora Lucio, al telefono dalle Tremiti dove lavora al nuovo album, ennesima sfida «a una discografia che non sa trovare più niente di comunicativo e dunque di sociale». E non a caso agonizza, attorcigliata su se stessa, «perché la gente non vi trova più nulla che la racconti».
E proprio qui sta il punto: «Prendiamo la pubblicità: elemento di base, nella comunicazione, ma letale per come è praticata. Sai quale è, come docente, la mia maggior fatica? Aizzare gli allievi a difendere il proprio pensiero, laddove la pubblicità lavora per annientarlo. La subalternità al prodotto cancella ogni presupposto di creatività e la gente che può fare? Si adegua, lasciandosi trascinare in un mondo virtuale. Viviamo in un circo tragico, dove il solo obiettivo è l’istigazione al consumo: comprate, usate, buttate, ricomprate». Invece? «Reclamizzare dei prodotti è legittimo, se lo fai senza rinunciare alla storia, all’etica, alla cultura. Invece ogni gentilezza è bandita, si punta ad una strategia invasiva, violenta, che si incarta su se stessa. La tivù, poi: da specchio della società si è trasformata in creatrice di modelli, ci impone di vivere in una realtà fittizia».
Fittizia e anche nebulosa, insinuo, citando il titolo del suo libro. «No, per nebulosa intendevo una realtà mai statica, che assume particelle e altre ne espelle. Una polvere cosmica che si muove continuamente, perché comunicatori e ricettori vi spendono via via i propri segni. Questo dovrebbe essere la comunicazione, e questo non è. L’emozione, che è il più potente strumento di coinvolgimento della gente, vi è ben poco presente: eppure, da musicista, so bene che l’emozione è il più formidabile strumento di diffusione dei messaggi, dunque anche di vendite». E infatti ricordo una lezione di Dalla a un master per pubblicitari, erano gli anni Novanta, lui arrivò vestito del suo poncho e ad una platea di venditori, tutti in rigoroso abito blu, spiegò i motivi del suo successo: l’emozione, appunto. Al termine uno spettatore si alzò e disse, un po’ attonito: «Lei ci sta dicendo tutto l’opposto di quello che ci insegnano qui». «Si vede che ho ragione - ribatté Dalla - visto che i miei dischi funzionano». Oggi chiosa: «Quelli ragionavano secondo un loro concetto di rigore, ma viviamo in un mondo che di rigore ha sempre meno bisogno: semmai di vigore, gli serve un’esplosione d’intuizioni. E d’emozioni: lo spot di Spike Lee con l’immagine di Gandhi non è strettamente funzionale al prodotto che reclamizza, ma arriva sotto la pelle, è una doccia di sensazioni che ti convince perché ti coinvolge nel profondo».
E da Gandhi passiamo a Cristo, a Francesco e a Totò, «personaggi anomali», portatori di «testimonianze assolute» e anche perciò grandi comunicatori. «All’alba della civiltà multimediale - dice Dalla - Totò ha affidato alla sua corporeità la rappresentazione d’un mondo, quello napoletano, che è una repubblica a sé, altro che Padania. Ma l’ha comunicata a tutti, non solo ai napoletani, attraverso l’eccezionale espressività del suo corpo e attraverso l’irriverenza contagiosa della poesia». E Cristo? «Ha messo in luce, attraverso l’amore, gli aspetti negativi del sistema, e in questo è stato un rivoluzionario assoluto: c’è, nel suo messaggio, qualcosa di ben più deflagrante dello scoppio d’una bomba in un bar. Il sistema ha risposto condannandolo al patibolo, e lui ha trasformato la sua morte in simbolo irresistibile». Quanto, infine, a Francesco d’Assisi, «la vocazione a comunicare col corpo fu già evidente quando, per annunciare la sua scelta di povertà, si denudò in chiesa, davanti al vescovo. Poi continuò a sovvertire le regole dell’economia e della filosofia con la tenerezza, ma anche con un’irruenza che contagiò perfino il papato. Ora mi chiedo: cosa resta, oggi, di tutto ciò? E la risposta è amara: io al diavolo non ci credo, ma c’è nell’animo degli individui un versante negativo che la pubblicità esalta di continuo, anche le idee più nobili vengono vanificate dalla violenza con cui vengono propagandate».
Leggo nel libro un’asserzione insolita: anche la morte può diventare mezzo potente di comunicazione. «Pensa - dice Dalla - a James Dean, Kurt Cobain, Pier Paolo Pasolini, grande antropologo del futuro. In realtà la morte, specie se tragica, è altamente rappresentativa. Sto scrivendo una canzone su Ettore, ucciso da Achille. Ettore sa di dover morire e dunque con la morte gioca: quindi non muore mai, è un morto che continua a camminare. Il sacrificio è l’apice della comunicazione, basta pensare a Wojtyla: il suo momento magico non è stato il funerale ma l’agonia, quando sapevamo che stava morendo e il mondo moriva con lui».
Quanto al linguaggio della comunicazione, neanche qui Dalla lesina bacchettate: «La fretta uccide tutto, pensa a come l’industria sta uccidendo l’artigianato, una delle nostre ricchezze anche economiche, solo perché le macchine sono più veloci nel realizzare gli oggetti. Non parliamo poi della scrittura: si è fatta ideogrammatica, gli Sms la vanno uccidendo, per dire “tu sei” si scrive “tu 6”, per dire “ti amo” basta un cuore predisegnato. Siamo alla cultura dei segnali stradali e delle formule grafiche. E la stessa lingua italiana è ormai sopraffatta, nei media, da una grandinata di vocaboli inglesi. Senza alcuna ragione pratica, soltanto per sentirsi fichi, prescindendo dal fatto che la gente capisca o meno. Par d’intuire una strategia mediatica per evitare la riflessione, che è poi conoscenza». C’è qualcosa di eroico, nella tenacia con cui Dalla si dedica ai problemi della comunicazione. «Mi piace l’idea di mettere a disposizione dei giovani l’esperienza d’un tizio che, a sessantadue anni, ne ha viste di tutti i colori ed è sopravvissuto. Cercando di trasferire la comunicazione dal linguaggio accademico alla realtà: all’inizio del corso ho portato gli studenti in un cinema, ho mostrato loro un film con Al Pacino e solo allora ho cominciato la lezione, senza cattedra e senza banchi».
Perché c’è pur sempre il Dalla artista, che col suo estro alimenta il comunicatore. Come? «Mi soccorre McLuhan, quando dice che un’icona “accentra in un’area minuscola una vasta regione dell’esperienza”: più o meno come una canzone. Quanto al metodo, comunichi meglio se prescindi dal tuo vissuto, raccontando non quello che è in te ma quello che è negli altri. Dopo tutto un artista è un testimone di quanto accade nel mondo, eppoi, quello che succede nel profondo di me, non è che sia ancora riuscito a capirlo. Lungi da me l’idea di mettermi sullo stesso piano, ma credo che qualcosa di simile accadesse a Leonardo, a Michelangelo. Che in più lavoravano su commissione, e niente, più della committenza, può sottrarti al tuo particulare, costringendoti a creare in funzione degli altri».