Il comunista che adora Marx ma non è mai stato in fabbrica

Fausto Bertinotti guidò la storica occupazione della Fiat sconfitta dalla marcia dei 40mila. E divenne famoso per gli accordi non chiusi

Antonio Signorini

da Roma

Dentro il sindacato, nonostante le smentite della moglie Lella, ancora lo ricordano come quello che «non chiudeva gli accordi» e parlava complicato. Da sempre un movimentista, allergico a quella disciplina togliattiana che alla prospettiva remota e radicale del comunismo associava disponibilità al compromesso. Forse sono giudizi di chi non gli ha mai perdonato il passato socialista (sinistra lombardiana) che, soprattutto dalle parti del Botteghino, è ancora una patente di inaffidabilità. Ma c’è da dire che Fausto Bertinotti non ha fatto molto per guadagnare la fiducia dei suoi. Nemmeno quando ha deciso di abbandonare il sindacalismo per sposare la politica.
Basti pensare che, fino a ieri, la scena madre della sua carriera è stata il ritiro della fiducia al governo di Romano Prodi; quel «no» alla finanziaria del 9 ottobre ’98 che fece cadere il primo esecutivo di sinistra della storia italiana e aprì le porte al Berlusconi del 2001. Un punto di svolta, con uno strascico di isolamento, amarezze e ferite che non si sono ancora rimarginate. «Ho provato un aspetto del mondo di sinistra al quale appartengo, l’intolleranza», ha ricordato cinque anni più tardi. «Ci sono state case di amici lungamente frequentate che si sono del tutto chiuse. Una sorta di espulsione da parte dei ceti borghesi intellettuali in preda allo stalinismo più truce». Due settimane dopo quel cataclisma, le cronache lo fotografano mentre passeggia per il transatlantico di Montecitorio da solo: «Io sono qui, ma non ci sono più perché divento invisibile per tutti», diceva ai pochi giornalisti che ancora si interessavano a lui.
Era appena nato il Pdci di Armando Cossutta che gli aveva portato via parlamentari e militanti e nessuno avrebbe scommesso una lira sul suo futuro politico. Ora siede al vertice di quella stessa Camera che vide il punto più basso della sua carriere politica e si concede anche il lusso di dedicare la sua vittoria «alle operaie e agli operai».
Sembra un’ostentanzione di quella che ha sempre considerato la sua missione: rappresentare i lavoratori. Lo scopo di una vita al quale non è mai corrisposta l’esperienza diretta del lavoro in fabbrica. Bertinotti, nato a Milano nel 1940, si diploma, con un po’ di fatica, in un istituto tecnico di Sesto San Giovanni come perito industriale, ma non ha mai indossato la tuta da operaio specializzato.
Fin dall’infanzia, invece, familiarizza con i concetti base del marxismo e del sindacalismo, grazie a un padre prima minatore poi operaio, sempre socialista. «Forse io ho fatto quello che avrebbe voluto fare lui». L’iscrizione al Psi, secondo le testimonianze dei suoi amici, fu motivata proprio dalla sua voglia di entrare dentro il sindacato senza passare per la fabbrica. Ci riesce ventiquattrenne e fa subito carriera, assumendo la guida dei tessili di Novara. Vive in prima persona l’autunno caldo del ’69 e, da segretario della Cgil piemontese, l’occupazione della Fiat e la marcia dei 40mila quadri che ne sancì la fine dopo 35 giorni. Per spiegarlo agli altri e a se stesso, all’inizio parlò di un arretramento strategico, poi ammise la sconfitta. Ma ancora oggi continua a subire il fascino delle proteste e degli scioperi: «È una di quelle cose che mi pare diano gioia. Uno lo fa e dice, ah, finalmente l’ho fatto». Fino a poco tempo fa, invece, non gli piaceva la concertazione, tanto da fondare una corrente di estrema sinistra interna alla Cgil, Essere sindacato, con l’obiettivo di contrastarla.
Anche il suo percorso politico è un progressivo spostamento a sinistra. Dal Psi esce per aderire al Psiup di Tullio Vecchietti. Nel 1972 entra nel Pci, dove si avvicina alla sinistra di Pietro Ingrao. Quando Achille Occhetto fonda il Pds non aderisce subito a Rifondazione comunista. Resiste a Botteghe Oscure fino al ’93 e poi, provato dal sostegno ai governi tecnici e dalla scelta pro-maggioritario del partito, passa al Prc. Diventa presto il segretario, grazie all’appoggio di Armando Cossutta. Nel ’98 la rottura con Cossutta e con l’Ulivo che sancisce l’inizio della «traversata del deserto». L’isolamento che dura fino al 2001, quando Francesco Rutelli perde le elezioni e, nonostante le reprimende di Nanni Moretti («Se ha vinto, Berlusconi deve ringraziare solo lui»), torna nelle grazie dell’Ulivo. Sono gli anni dell’idillio di Rifondazione comunista con i movimenti no global (Bertinotti parla dei fatti di Genova come punto di svolta), ma anche del braccio di ferro con Sergio Cofferati, che puntava a diventare il leader della stessa area presidiata dal Prc. Una battaglia che lo ha riavvicinato anche a Massimo D’Alema, suo nemico giurato dopo i fatti del ’98.
Una battaglia che Bertinotti ha vinto. Anche quella della presidenza della Camera è stata una battaglia, come sempre interna alla sinistra, vinta da Bertinotti. A farne le spese questa volta è stato D’Alema. Ad avvantaggiarsi di un Bertinotti dentro le istituzioni, si dice, potrebbe essere Romano Prodi. Sempre che il neo presidente di Montecitorio accetti di farsi ingessare.