Il comunista che ama le donne vestite da «lucciole»

Il regista 91enne accetta i fondi per finanziare il suo film e ammette: «Ormai sono un intoccabile»

Michele Anselmi

Lo riconosce anche lui: «Ormai, a novant'anni passati, posso dire quel che mi pare. Non rischio neanche la galera. Sono diventato un intoccabile. E ne approfitto». Ne approfitta, Monicelli, divertendosi a provocare, a sparigliare i giochi, a dribblare il politically correct, atteggiandosi a sopravvissuto del cinema, fingendosi ancora più cinico di quanto autorizzi la leggenda. Ieri, ad esempio, un piccolo brivido ha attraversato la platea femminile sul finire dell'incontro per Le rose del deserto. Si parlava di attori e attrici, di facce giuste, di fisico del ruolo. Lui se n'è uscito così: «Gli uomini, quando li vesti da soldati, sono sempre bravi, perfetti. Come le donne quando le vesti da puttane».
Gaffe veniale. Di sicuro l'arzillo regista non intendeva stabilire un paragone tra i due mestieri. Ci mancherebbe. È che a lui le battute vengono fuori così. Sentendosi al di sopra delle convenzioni e delle ipocrisie, fuori dai giri che contano, Monicelli sfrutta la condizione di «venerato maestro», per dirla con Arbasino e Berselli, al fine di togliersi qualche sassolino dalla scarpa o semplicemente per épater les bourgeois. Presiede la giuria della Mostra di Venezia? Boccia clamorosamente Buongiorno, notte di Bellocchio perché lo infastidisce politicamente lo sguardo sul rapimento Moro. Vede La bestia nel cuore di Cristina Comencini? Azzarda, ferendo un po' tutti, che il suo amico Luigi si sarebbe «vergognato» del film della figlia.
Intendiamoci, l'uomo è anche spiritoso. Sulla sua lapide, dice, vuole che sia scritto: «Muoiono soltanto gli stronzi». In alternativa: «Non cedette mai ad un'attrice». E a chi gli chiede come ha fatto ad arrivare così splendidamente ai 91 risponde: «Sono superficiale e comunista». Sì: comunista. Parrebbe un vezzo senile, il piacere di rivalutare una categoria ideologica da spedire in soffitta, invece no. Lui, che fu socialista neanche troppo engagé negli anni Sessanta, col governo Berlusconi s'è scoperto fior di antagonista. Giottino no-global, terzomondista, filopalestinese, anticapitalista. Ha rivelato che prima del 2001 passava le sue giornate in casa, ciabattando dalla poltrona al divano, davanti alla tv, un po' depresso. Come per miracolo, la vittoria del Cavaliere lo riportò all'impegno politico, al documentarismo militante con Maselli & compagni. Oggi teorizza: «L'economia è la vera maledizione del nostro vivere»; e confessa di trarre continua ispirazione dalla lettura del Manifesto del partito comunista di Marx, «un libro straordinario, perché non è giusto accettare passivamente la legge suprema del mercato, la più spietata, più disumana e antisociale che esista».
Di più. Al Riformista ha dichiarato, nel corso d'una torrenziale intervista: «Sono comunista. Per me il Pubblico, lo Stato, dovrebbe occuparsi di tutto, ma proprio di tutto, anche dire come bisogna fare cinema, letteratura e via dicendo. Poiché invece siamo in uno Stato liberale, non capisco perché si debbano dare soldi pubblici al cinema. Ma siamo pazzi? Con queste commissioni che devono stabilire se uno è artista o no. Il cinema è un'industria, non un'arte». Accidenti, che coraggio! Tuttavia risulta che Le rose del deserto non si sarebbe mai fatto senza l'aiuto di quel milione e 875mila euro provenienti da un fondo di garanzia statale.