Il comunista Ferrero capo dei sanculotti e specialista dei «no»

È l'unico ministro di Rifondazione del governo Prodi, e perciò ha il compito di sostenere in Consiglio dei ministri quello che il suo capo, Fausto Bertinotti, è ormai costretto a tacere.
Non si contano, perciò, le occasioni in cui Paolo Ferrero, classe 1960, passato di sindacalista nella Cgil, capo del nuovissimo dicastero della Solidarietà sociale, si è trovato in dissenso con i suoi colleghi, guadagnandosi il soprannome di «gran rompiscatole». Ha votato contro solo due volte, sul Dpef e l'Afghanistan, ma nelle sue numerosissime interviste (una media di 6-7 al mese) non ha esitato a illustrare i punti su cui di volta in volta era in disaccordo con il governo di cui fa parte: voleva un prelievo sui grandi patrimoni, l'Irpef al 45% per i redditi superiori ai 70.000 euro, la legalizzazione delle droghe leggere, un «no» all’ampliamento della base americana di Vicenza, la riduzione dell'Ici solo per le fasce più deboli, utilizzare tutti i 7 miliardi e mezzo del «tesoretto» per la spesa sociale, azzerare semplicemente lo scalone Maroni senza riguardo per i costi.
Per buona misura, ha anche aderito ad alcune manifestazioni antigovernative, contro la Tav, il precariato e Vicenza, e ha accusato Rosy Bindi di «plateale discriminazione contro i gay». Quando parla del centrodestra, non esita a usare aggettivi forti, come «fascistoide» e «nefando». In privato, usa espressioni simili anche per il ministro dell'Economia, Padoa-Schioppa: ma è talmente determinato nel perseguire i suoi programmi, da sostenere che per finanziarli sarebbe disposto anche ad aumentare le tasse (naturalmente, solo per i ricchi).
Attualmente il capo dei «sanculotti» - altro nomignolo affibbiatogli per le sue esternazioni - è al centro dell'attenzione per il disegno di legge Amato-Ferrero sulla riforma dell'immigrazione, che dovrebbe cancellare la Bossi-Fini. Prima di vararlo, i due ministri hanno molto discusso e anche litigato, e l'esponente rifondarolo non le ha avute tutte vinte. Ma su tre punti qualificanti, la introduzione della cosiddetta autosponsorizzazione, la virtuale chiusura dei Centri di permanenza temporanea e la concessione del voto amministrativo ad almeno due milioni di persone l'ha spuntata lui. Ferrero sostiene che gli immigrati sono una benedizione per il Paese, che va fatto un grande sforzo per «includerli», ma senza costringerli a rinunciare alla loro cultura: della copertura finanziaria non si preoccupa, che ci pensi qualcun altro.
La sua posizione di unico rappresentante di Rifondazione nel governo lo costringe a prendere posizione su tutto, e lo fa senza risparmio, attingendo a un consolidato bagaglio ideologico. Ora si prepara a una battaglia senza quartiere sulla riforma delle pensioni, opponendosi sia all’innalzamento dell’età pensionabile sia alla revisione dei coefficienti.
Nonostante i suoi modi garbati da piemontese di provincia, è per i suoi colleghi moderati un osso durissimo; e tale rimarrà fino a quando durerà la coalizione.