Comunisti contro la ricchezza. Degli altri

Nel cimitero di un importante capoluogo dell’Italia centrale, sul frontale di un mausoleo spicca sull’intitolazione familiare il seguente messaggio: «Il mio Dio è Marx, il mio Vangelo è il leninismo, la mia patria ideale è l’Unione Sovietica che ha saputo spazzar via per sempre l’infame crimine della ricchezza privata suprema ingiustizia sociale». Ora, che illustri rappresentanti del proletariato, agitatori di piazze, detrattori della proprietà privata (quella degli altri naturalmente) ostentassero ville, yacht, guardaroba milionari e via dicendo non fa più scalpore da un pezzo, ma che alla fine dell’esistenza, un appassionato cultore di tanta religione finisca, pace all’anima sua naturalmente, non nella nuda terra, come si converrebbe ad un nemico della proprietà, bensì in una tomba monumentale che molto poco ha di proletario, mi muove a gemere: aiutatemi...
Caro Granzotto, con questo non vorrei dare l’impressione di voler scimmiottare un simpatico spot pubblicitario, ma è che mi sto rendendo tristemente conto, alla vigilia dei 75 anni, di non aver capito niente della vita.
Salute direttore, sempre.


Avviso ai lettori: tutto vero. Giuliano Fifi ha infatti unito al suo fax la documentazione fotografica. Sul sepolcro, e che sepolcro, spicca davvero la lapide e le parole sono esattamente quelle. Cosa dire? Desta più stupore l'ingenuità (il trinariciutismo) del caro estinto che credette - e con quella certezza andò nella tomba - che l'Unione Sovietica avesse «spazzato via per sempre» la criminosa ricchezza privata o che grazie a quella deprecatissima ricchezza «suprema ingiustizia sociale» il caro estinto si sia potuto assicurare un posticino nel sontuoso mausoleo di famiglia? Tutti uguali questi compagni. Ringhiano contro la proprietà privata, contro la ricchezza. Però quella degli altri. Piangano anche i ricchi, come manda a dire il simpatico Bertinotti, basta che non pianga io e che possa seguitare ad acquistare i miei cachemire, i miei tweed eccetera. Sotto questo punto di vista dobbiamo ammettere che il caro estinto è morto da italiano. Per essere precisi, da comunista italiano. Però, pace all'anima sua, se l'aveva nel cuore, se rappresentava la sua patria ideale, perché non è emigrato nell'Unione Sovietica e ivi rendere l'anima a Dio (che per lui era Marx)? L'avrebbero accolto a braccia aperte. Perché ha voluto farsi del male restando in questo postaccio che è l'Italia, dove non ci si dispiace dell'«infame crimine della ricchezza»? Ad occhio e croce il caro estinto è campato ai tempi di Giuseppe Stalin detto Baffone. Quale momento migliore per gustare appieno le settebellezze di un regime che applicava «il vangelo di Lenin»? Il paradiso dei lavoratori, la sana giustizia sociale dei gulag e quel solido muro ancora in piedi che garantiva così bene la privacy, tutte cose da sogno delle quali il caro estinto chissà per qual motivo s'è voluto privare.
Valli a capire, i comunisti (parlandone sia da vivi che da morti).
Paolo Granzotto