Tra comunisti e fessacchiotti Prodi è rimasto solo

Caro Granzotto, quando Berlusconi in campagna elettorale disse che se avesse vinto l’Unione avremmo avuto un ritorno del comunismo, gli avversari lo accusarono di ignoranza storica essendo il comunismo morto e sepolto; restavano casomai gli ex. Persino tra i nostri parecchi considerarono l’affermazione un espediente elettorale al limite della grossolanità. Oggi gli avvenimenti hanno reso profetiche le parole di Berlusconi. Comunisti orgogliosi di dichiararsi tali straripano nelle piazze dai settecentomila al milione con motivazioni sofistiche che non la danno a bere a nessuno. La manifestazione del 20 ottobre era con una contraddizione marchiana di protesta-consenso nei confronti del governo; in realtà era un monito condizionante, al punto che passerà alla cronaca come «l’assedio di Prodi» da parte dell’Armata Rossa.
Ha fatto per tutti il giusto punto della situazione il solito Diliberto, dichiarando di essere comunista e aggiungendo l’autocertificazione di non essere scemo. Se lo dice lui...

Siccome Diliberto suole ripetere: «Sono un comunista, mica un fesso», credo che se ne debba dedurre, caro Vasile, che nel comunista è ìnsita la fessaggine. E che dunque si avverta il bisogno, per distinguersi dal resto dei compagni (comunisti e fessi), di dirsi (o di millantarsi, perché poi vai a vedere...) comunista non fesso. Io sono dell’idea che le due cose siano inscindibili - solo un fesso può ancora credere in una ideologia fallimentare e macellaia come il comunismo - ma porto troppo rispetto a Oliviero Diliberto per non mettere nel conto l’eccezione. C’è da chiedersi, caso mai, se la fessaggine da falce e martello sia infettiva. Esempio: chi si imbarca coi comunisti, magari per metter su un governo, rischia d’essere contagiato dalla loro (eventuale) fessaggine? O è, diciamo così, un poco fesso di per sé e quindi procede all’imbarco senza pensare con chi va ad imbarcarsi? Povero Prodi (salto, caro Vasile, di palo in frasca. Tengo a precisarlo perché non sia mai ch’io dia l’impressione di non ritenere Romano Prodi un genio. Un Bismark, politicamente parlando), povero Prodi, dicevo. Mi si stringe il cuore nel vederlo così. Era partito tanto bene! Con la Fabbrica del Programma e relativo Programma di quasi trecento pagine. Con la nomea, da lui coltivata e diffusa, d’essere nato con la camicia, più fortunato di Gastone. Con quel monumentale sorriso che gli portava il mento ad affondare nella pappagorgia. Ma come si dice? Sic transit gloria mundi.
Ed eccolo ridotto ad uno straccio. Ho letto che è molto depresso, che non parla più con nessuno, pare nemmeno con Sircana e dico poco. Si mormora che se ne stia solo soletto, imbronciato e malmostoso, ad assistere alla necrosi e decomposizione del suo governo, eppur vantato «di legislatura». Quel che è ancor più triste, il suo ruolo s’è ormai ridotto a fare da punching ball per ciascuno dei cento ministri e sottosegretari. Il primo che passa, mena. E non è bello, non è carino, come non lo è mai lo sparare sulla Croce rossa. Vede caro, Vasile, se qualche tempo fa m’auguravo che Prodi togliesse il disturbo in quanto uomo sbagliato nel posto sbagliato, ora faccio voti che ciò avvenga al più presto perché non sopporto di vedere un omarino tanto ammodo umiliato, canzonato e trattato come contasse meno d’un due di briscola (a pesci in faccia, per usare una colorita ma efficace espressione popolare). Non c’entrano dunque la politica e le sue beghe: qui ci troviamo di fronte ad una emergenza umanitaria alta e nobile, mi capisce? Anche se poi la conclusione è sempre la medesima: prima se ne va, meglio è. E se se ne andasse domani, bé, allora sarebbe il massimo.