Comunisti e Verdi non firmano i conti di Prodi

Antonio Signorini

da Roma

Faticosi tentativi di mediazione, riscritture dei capitoli più spinosi, e richiami alla responsabilità non sono serviti a convincere il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero. Al termine della riunione del governo ha ringraziato i colleghi ministri, ha detto di apprezzare le modifiche dell’ultim’ora apportate al Dpef per cercare di farlo approvare all’unaminità. Ma la sua firma sul primo documento di programmazione economica e finanziaria del ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa non l’ha concessa. Per non fare verbalizzare un imbarazzante «no», non ha partecipato al voto. I ministri del Pdci e dei Verdi hanno tenuto un profilo più basso, ma il Dpef non è piaciuto nemmeno a loro.
Un dissenso - secondo quella che sembra essere diventata una consuetudine dalle parti di Palazzo Chigi - semioccultato nel corso della conferenza stampa alla fine del Consiglio dei ministri. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta ha parlato di «ampie discussioni» che sono servite a «uscire dall’ambiguità». Solo più tardi una nota ufficiale di Ferrero ha chiarito che Rifondazione comunista non sottoscrive il documento che vincolerà la politica economica del governo per i prossimi cinque anni. Il Dpef - secondo Ferrero - «non garantisce che l’azione di risanamento non si traduca in un taglio della spesa sociale su settori importanti, a partire dalla sanità e delle pensioni». Parte dell’ambiguità è dovuta al fatto che quando Padoa-Schioppa e Letta illustravano il documento ai giornalisti, era in corso l’ultimo tentativo di mediazione del governo. Lo stesso responsabile dell’Economia ha dato l’incarico al ministro del Lavoro Cesare Damiano di trovare una formulazione di compromesso, soprattutto sul capitolo pensioni. Una trattativa - condotta anche con il sottosegretario all’Economia con delega alla legge Finanziaria Nicola Sartor - che non ha portato nulla.
A rafforzare la posizione di Ferrero ci ha pensato direttamente il segretario del partito Franco Giordano che esprime «dissenso su alcuni capitoli» e vede il rischio che «il risanamento dal disastro lasciato da Berlusconi pesi sulla spesa sociale, su pensioni e sanità». Al governo, Giordano riconosce l’attenuante del tempo. Troppo poco per concertare con le parti sociali, ma ora - avverte - bisogna cambiare musica. «Ora è decisivo costruire il consenso delle organizzazioni dei lavoratori» per «migliorare la manovra».
Il malumore nella sinistra della maggioranza non rimane confinato al Prc. Verdi e Pdci hanno fatto emergere il loro dissenso, senza tradurlo in un voto contrario in Consiglio dei ministri. Il ministro del Sole che ride, il responsabile all’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, non c’era, perché in missione in Cina. La posizione del partito l’ha spiegata il sottosegretario all’Economia Paolo Cento: «Siamo soddisfatti perché per la prima volta in un Dpef c’è un riferimento a Kyoto. Però sui tagli alla spesa sociale il documento non è in sintonia con i programma dell’Unione». L’altra accusa degli ambientalisti è che ci sia stata poca concertazione, sia con i sindacati, sia con i partiti dell’Unione. Netto il no dei Comunisti italiani al Dpef: «Condivido in pieno la preoccupazione espressa dai sindacati. Non mi sembra quello che si aspettava il nostro popolo come primo atto di politica economica di un governo di centrosinistra», ha detto il segretario Oliviero Diliberto.
Anche nei Ds si fa sentire qualche voce critica. Per il presidente della Commissione giustizia del Senato Cesare Salvi l’allarme dei sindacati è «comprensibile». E «lo strumento per evitare errori è uno solo: concertare, concertare, concertare». Palazzo Chigi e via XX settembre sono avvertiti.