«Comunisti tutti uguali, a Cuba e in Italia»

Fausto Biloslavo

«Il governo italiano deve aiutare i dissidenti cubani», sostiene in questa intervista esclusiva al Giornale, Osvaldo Alfonso Valdés, 41 anni, oppositore del regime di Fidel Castro, che lo aveva condannato a 18 anni di galera. Ex presidente del Partito liberaldemocratico cubano, nel 2003 è stato arrestato assieme ad altri 75 giornalisti e dissidenti. Due anni dopo è riuscito ad ottenere asilo politico in Svezia. Oggi sarà alla Camera, su iniziativa del partito radicale transnazionale, per denunciare la repressione a Cuba al Comitato per i diritti umani.
Cosa dirà alle autorità italiane che incontrerà, come il ministro Emma Bonino?
«Il messaggio più importante è che la dissidenza interna cubana ottenga l’aiuto del governo italiano, così come chiediamo agli altri Paesi democratici. Se vengono rispettati i principi della democrazia a casa propria, in ugual maniera bisogna esigerne il rispetto all’estero. Gli unici democratici a Cuba sono i dissidenti e quindi chiediamo al governo italiano di aiutarci».
Aiuto in che termini?
«Innanzitutto considerare l’opposizione interna cubana un vero e proprio interlocutore politico. Un altro aiuto concreto potrebbe venire dall’ambasciata italiana con un atteggiamento “aperto” nei confronti dei dissidenti, nel momento in cui abbiano qualcosa da comunicare. Un atteggiamento più aperto anche nel fornire strumenti, risorse o mezzi a seconda dei bisogni dell’opposizione. Il regime cubano sostiene che gli oppositori vengono pagati e sostenuti dagli Stati Uniti. Se ci fossero altri governi ad aiutare la dissidenza, anche questo pretesto cadrebbe».
I comunisti italiani, che fanno parte della maggioranza di governo, inneggiano a Castro e hanno inviato festanti delegazioni a Cuba per gli ottant’anni del lider maximo.
«Non mi sorprende. Quello che interessa ai Comunisti italiani è la familiarità ideologica con Cuba. I Comunisti italiani sanno benissimo che Castro è un dittatore, che molte persone vengono incarcerate per reati d’opinione e sono a conoscenza dei delitti commessi contro i dissidenti. Il problema è che i comunisti rispettano la democrazia quando si trovano all’interno di un Paese come l’Italia, perché fa loro gioco, altrimenti quando vivono in tutt’altra situazione (come a Cuba, ndr) non sono affatto disponibili a riconoscere le idee altrui. Il comunismo è in realtà una grande setta che si adopera per nascondere crimini e reati. Quindi ripeto che non mi sorprende affatto l’atteggiamento dei Comunisti italiani nei confronti di Cuba, perché fa parte della loro natura».
Il 2 novembre Fidel Castro non era presente alla grande parata dedicata al suo ottantesimo compleanno. È uscito definitivamente di scena?
«Forse sì. In passato, quando non appariva in pubblico venivano trasmessi videomessaggi alla popolazione cubana. Questa volta tutti si attendevano qualcosa del genere, ma non si è visto nulla. Questo ci fa pensare che Castro sia uscito di scena, perché le sue condizioni di salute sono estremamente critiche».
Vuole dire che il lider maximo è in coma o moribondo?
«Può essere che sia in coma o che sia già morto. Quella di mantenere il segreto sulle condizioni di salute è una caratteristica dei regimi comunisti. L’abbiamo già visto in passato con Stalin, Breznev e Tito. Se un giorno venisse annunciata la scomparsa di Fidel il popolo cubano lo interpreterebbe come la fine del regime comunista».
Il fratello Raoul è il vero successore del lider maximo?
«La legge promulgata dal regime lo indica come successore, ma non ha né l’autorevolezza, né l’autorità del fratello, né la sua furbizia. Prima o poi dovrà “aprire” il Paese. Non sappiamo quando accadrà, se fra uno, due o tre anni, ma sarà inevitabile».
Lei è stato arrestato anche per l’uso controrivoluzionario di Internet. Ci spiega di che reato si tratta?
«A Cuba avere un accesso a Internet in casa è illegale e quindi l’ambasciata americana ha messo a disposizione un locale con dei computer per poter navigare in rete. Il governo cubano lo considera un reato e accusa chi utilizza questa possibilità di essere al soldo della Cia, un mercenario degli Stati Uniti e così via. Che nel ventunesimo secolo si commetta un reato perché ci si scambia informazioni in rete dà un’idea molto chiara della situazione di Cuba».
I radicali denunciano che la compagnia telefonica cubana è controllata dalla polizia segreta per monitorare i dissidenti. È vero?
«Etecsa, la compagnia telefonica cubana, è interamente controllata dalla polizia segreta. I dirigenti sono ex militari del ministero degli Interni. Tutti i telefoni a Cuba sono sotto controllo. Purtroppo c’è anche una società italiana che detiene una quota azionaria di Etecsa (la Telecom con una partecipazione del 27 per cento, ndr). Parliamoci chiaro, la tecnologia e gli investimenti di Telecom Italia non vengono utilizzati per migliorare le linee telefoniche, ma per mantenere sotto controllo i dissidenti cubani. Le intercettazioni sono poi utilizzate come pretesto per sbatterli in galera. Noi chiediamo a Telecom Italia di non collaborare più con questa sistema, di lasciare Cuba».