La comunità ebraica prega per Sharon: «È nelle mani di Dio»

Il rabbino capo Arbib: «Non siamo preoccupati per il futuro di Israele ma per la salute del premier»

Claudio De Carli

La comunità ebraica milanese è in preghiera, sono circa ottomila gli iscritti, seconda per numero in Italia solo a quella romana, e le loro sono preghiere speciali come nella tradizione più radicale. Vengono celebrate durante le funzioni delle 7,45 e delle 16,30 in tutte le sinagoghe della città: «Sono preghiere per i malati - spiega il rabbino capo Alfonso Arbib che guida le sinagoghe di Milano da settembre -. Non siamo preoccupati dal futuro di Israele privato di una guida così carismatica, ma solo e soltanto per la salute di Ariel Sharon. Noi siamo legati allo stato d’Israele e al popolo ebraico, indipendentemente da chi guida il Paese. Dico questo nel massimo rispetto per il nostro primo ministro. Ma il processo di pace in corso non riguarda una singola persona ma tutto un popolo».
Nonostante le condizioni di Sharon si siano ulteriormente aggravate nel corso della giornata, Alfonso Arbib preferisce pregare: «Perché la preghiera aiuta a superare i momenti più difficili. Preghiamo per Sharon uomo per la pace. Siamo in apprensione per la sua vita, è un personaggio fondamentale per lo stato di Israele e quindi speriamo che possa tornare alla sua attività. Non do giudizi politici - continua il rabbino Arbib -, perché questo non mi compete. Sharon è un personaggio importante per la sua storia e in questo momento, come comunità, siamo vicino a tutto il popolo di Israele e alla sua famiglia».
Per sabato la comunità ebraica milanese pensa di fare qualcosa di più: «Sperando che nel frattempo non intervenga qualche cosa di diverso - conclude il rabbino capo -. Leggeremo dei salmi, reciteremo le nostre preghiere speciali, lui è nelle mani di Dio».