Comunità montane, carrozzone da 800 milioni

Solo i 356 presidenti costano allo Stato oltre 13 milioni e mezzo all’anno di stipendio. Un consigliere nazionale ammette: «Sono strutture inutili»

da Milano

Per Giulio Andreotti ci sono due tipi di pazzi: quelli che credono di essere Napoleone e quelli che pensano di poter risanare le Ferrovie dello Stato. Ma anche i politici che vogliono abolire le comunità montane non scherzano. Finora chi ci ha provato - a destra e a sinistra - è stato respinto con perdite al grido «La montagna non si azzera». Lo slogan fu coniato nel 2005 dall’Unione delle comunità montane «per difendere la dignitosa operatività trentennale» e spense le velleità riformatrici del governo Berlusconi. Un anno dopo, un’analoga sollevazione costrinse il governo Prodi a stralciare dalla Finanziaria ogni ipotesi di riduzione. Adesso ci riprovano due deputati radicali, Sergio D’Elia e Maurizio Turco, che hanno appena depositato un progetto di legge (sotto elezioni, figurati!) inequivocabilmente intitolato «Soppressione delle comunità montane».
I numeri
Perché accanirsi contro questi enti pubblici fino a chiederne la cancellazione? Perché rappresentano un capitolo non trascurabile del libro nero sui costi della politica. Sparse per l’Italia ce ne sono 356. Non poche, considerando che solo il 35% del territorio nazionale è montagnoso. D’altro canto imporre un freno è difficile, poiché l’istituzione è decisa dagli enti locali in piena autonomia. In Umbria, per dire, ci sono 9 Comunità montane che si sommano a Regione, 2 Province, 92 Comuni, 3 Ambiti territoriali e 4 Parchi. Tutto per soli 800mila residenti. In Piemonte ce ne sono 48, in Calabria 26 (solo 4 meno della Lombardia), in Basilicata 14 (una ogni 40mila abitanti), in Molise 10 (una ogni 33mila abitanti).
Tanto poi paga lo Stato, che ogni anno spende 800 milioni di euro per tenerle in vita. Ogni Comunità montana ha uno statuto, una struttura burocratica, un presidente e un’assemblea di consiglieri nominati dai Comuni. Risultato: gli stipendi dei 356 presidenti costano alla finanza pubblica 13,6 milioni di euro all’anno, mentre i 12.800 consiglieri si accontentano di gettoni di presenza variabili tra 17 e 36 euro per ogni riunione.
Le competenze
Nate nel 1971 come enti autonomi, oggi le Comunità montane altro non sono che unioni di Comuni. Il loro compito è «eliminare gli squilibri di natura sociale ed economica tra le zone montane e il resto del territorio nazionale, difendere il suolo e proteggere la natura». Hanno un ambito operativo prossimo all’infinito: dalle infrastrutture alla formazione professionale, dalla bonifica del suolo alla promozione economica. A tal fine, adottano «piani pluriennali per lo sviluppo economico-sociale» e ne curano l’attuazione.
Vasto programma, lodevoli intenzioni. Ma analizzando i bilanci, i due deputati radicali rilevano che «circa la metà dei fondi viene destinata alle spese di struttura e solo una minima parte ridistribuita ai cittadini sotto forma di opere e servizi pubblici».
A sostenere le tesi di chi ne invoca la soppressione è arrivata la Corte costituzionale, che ha definito le Comunità montane «enti costituzionalmente non necessari». Dunque, nulla vieta di eliminarle. Ma l’ultima riforma degli enti locali, nel 2000, non le ha toccate. Anzi, ne ha rafforzato l’autonomia e i poteri, rendendole «sovrane nella determinazione della loro organizzazione».
Un caso esemplare
Stefano Iannucci, in una ricerca per l’Università La Sapienza di Roma, ha esaminato il caso della XXI Comunità montana dei Monti Lepidi e Ausoni e Vallina della provincia di Frosinone, che comprende nove città e 30mila abitanti. Nel 2005 aveva a disposizione 1,1 milioni di euro. La spesa è stata così ripartita: 50% per l’acquisto di una nuova sede, 20% per il funzionamento degli uffici, 12% per il personale, 11% per gli stipendi degli amministratori. Solo il 7%, dunque, per gli interventi sul territorio. Non un euro è stato destinato alla promozione turistica, culturale e sportiva, a biblioteche e musei, alla protezione civile, alla difesa del suolo, all’assetto idrogeologico e forestale, ai trasporti, ai servizi sociali, all’agricoltura, all’industria, al commercio e all’artigianato.
Il dibattito
«La molteplicità di enti locali è un’idea sbagliata di decentramento. Le Comunità montane sono un esempio di come le amministrazioni locali possano rappresentare fonti di spreco e simbolo di una gestione del potere fine a se stessa», scrivono D’Elia e Turco nella relazione che accompagna il progetto di legge.
Le Comunità montane non ci stanno. Rivendicano «performance finanziarie di tutto rispetto», migliori di Comuni e Province. Sostengono che la spesa corrente (stipendi, indennità, costi degli uffici...) è ferma al 42,2% contro il 57,8% degli altri enti locali. E avvertono: «Senza la nostra azione il territorio rimarrebbe sguarnito di interventi specifici per l’ambiente, l’agricoltura, la forestazione, il turismo e l’agriturismo, la difesa idrogeologica, la lotta contro gli incendi boschivi, la protezione civile, la difesa dei valori antropologici e delle tradizioni locali». Insomma si sentono indispensabili.
Eppure qualche tempo fa, rompendo il fronte unico dell’Unione delle Comunità montane, il consigliere nazionale Mario Caligiuri ha ammesso: «Tranne alcune lodevoli eccezioni, le Comunità montane non servono a niente e utilizzano male le risorse. Meglio sopprimerle e ripartire i fondi tra i Comuni di montagna», in grado di offrire gli stessi servizi «meglio, prima e spesso a costi più bassi».
Esattamente quanto propongono D’Elia e Turco. Una piccola rivoluzione in soli quattro articoli di legge e mezza paginetta. Cose da pazzi.
giuseppe.salvaggiulo@ilgiornale.it