Comunque finisca vince Washington

C’è un’immagine che parla dell’Ucraina più di qualunque numero. Risale allo scorso martedì sera. Yulia Timoshenko, la pasionaria che guidò la rivoluzione assieme all’attuale presidente Viktor Yuschenko, sta tenendo una conferenza stampa. È raggiante per i risultati che la danno in testa agli exit poll e, come sempre, bella (grazie a un lifting molto riuscito). Dopo pochi minuti viene interrotta da un assistente che le porge il cellulare. E lei anziché respingere la chiamata, come di solito avviene in queste circostanze, prende il telefonino e con voce squillante, affinché nessuno possa fraintendere, comunica ai reporter che in linea c’è il presidente della Georgia Mikhail Saakashvili, il quale vuole congratularsi per questo successo. È euforico e probabilmente, dentro di sé, lo considera anche suo.
Non è l’unico, d’altronde. Sebbene Washington abbia tenuto il profilo basso in queste ore, come testimonia tra l’altro lo scarso interesse dei media Usa per le elezioni, non c’è dubbio che anche alla Casa Bianca e al Dipartimento di Stato siano parecchio su di giri. Assaporano una svolta storica. Perché gli screzi - anzi, il gelo, ormai permanente - con Putin nasce proprio dalla lotta per il controllo di questi due Paesi.
Che cosa accadde nel 2003 e nel 2004 è noto: la Georgia e l’Ucraina, tradizionalmente nell’orbita russa, passarono sotto l’influenza americana, grazie a due rivoluzioni popolari, rosa e arancione, che oggi sappiamo essere state ispirate o addirittura pianificate dagli Stati Uniti.
Da allora il Cremlino ha fatto di tutto per costringere Kiev e Tbilisi a tornare indietro: ha usato con la prima il ricatto del gas e con la seconda l’assedio economico. E in tre anni ha ottenuto non pochi successi, soprattutto a Kiev, dove la coalizione arancione nel 2005 durò pochi mesi, favorendo nel marzo 2006 la vittoria alle legislative di Viktor Yanukovich, il fido alleato di Putin. Da allora il Paese ha vissuto nell’instabilità. È stato l’altro Viktor, il presidente Yuschenko, scampato nel 2004 a un avvelenamento con la diossina, ad aver voluto le elezioni anticipate di domenica, per chiarire una volta per tutte da che parte dovesse stare l’Ucraina. E gli elettori hanno deciso. Ancora non si sa se, a spoglio ultimato, risulterà primo il Blocco della Timoshenko o quello delle Regioni di Yanukovich. Poco importa, tecnicamente. I numeri indicano che il partito di Yulia (con circa il 32% dei voti) e quello di Yuschenko (con il 15%) otterranno la maggioranza dei seggi in Parlamento. I due leader da tempo si disprezzano vicendevolmente, ma nelle prossime ore accantoneranno le ripicche personali per portare a compimento, questa volta sul serio, la rivoluzione arancione. E con loro vince Washington.
È dagli anni Novanta che gli strateghi americani considerano indispensabile in un’ottica geostrategica il controllo di questo Paese, per il suo ruolo di crocevia tra l’Europa e l’Asia. Quando entrerà nella Nato, verosimilmente nell’arco di un paio di anni, il processo di assimilazione potrà considerarsi concluso. In quel momento i russi subiranno una delle sconfitte più cocenti della loro storia. Dall’89 ad oggi hanno dovuto lasciar andare i Baltici e l’Europa dell’Est (soprattutto Stati chiave come Polonia, Bulgaria e Romania). Rinunciando all’Ucraina, Mosca perderà la sua posizione dominante sul Mar Nero, oltre che una città, Kiev, che ha dato i natali alla Russia slava e che ha pertanto un’importanza simbolica considerevole.
Le implicazioni sono colossali per il Cremlino, che da qualche anno cerca di riaccreditarsi come grande potenza e che invece sarà costretto ad ammettere di non controllare più il cortile di casa; nel quale rientra la Georgia caucasica di Saakashvili, cruciale per il transito degli oleodotti, e che dopo il voto di domenica sarà incoraggiata a resistere. Nei giorni scorsi Putin aveva dichiarato che avrebbe rispettato i risultati delle elezioni ucraine. Vedremo se sarà di parola. Ma le bizze del fido Yanukovich, che si ostina a non riconoscere la sconfitta e anzi pretende il mandato di primo ministro, non inducono all’ottimismo. La Russia è ferita, è furiosa e per questo imprevedibile. Tenterà tenacemente di mantenere la presa sulla sorella Ucraina. Come, nessuno lo sa.
Marcello Foa
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