Un concerto fiammeggiante ci spiega «La Prima Crociata»

Fiammeggia Verdi al Teatro Regio di Parma con I Lombardi alla Prima Crociata. Opera dissennata e geniale, mistica e picaresca, delitto ed espiazione, morti per sbaglio e morti per religione, dovere sacro contro i folli fondamentalismi del «Dio lo vuole», tutti quei Lombardi che finiscono per ritrovarsi in Terrasanta, «O Signore, dal tetto natio - ci chiamasti per santa promessa»... Osare: melodie appassionanti e ritmici accompagnamenti, voci lanciate al pelo delle possibilità, un anomalo preludio nel terz’atto con violino solista, cori e pezzi d’insieme che trascinano via... Càspita, questo significa esser giovani. E Verdi aveva trent'anni. Per crederci oggi, bisogna che l’esecuzione sia formidabile. Allora scopriamo l’entusiasmo che sta alle nostre radici. Come a Parma, in queste sere: con un basso attore principe delle scene quale Michele Pertusi, un soprano di coraggio spericolato e di fascino intimo, Dimitra Theodossiou, non un tenore ma due di gran bravura, il molto amato Francesco Meli e il sorprendente Roberto De Biasio, Cristina Giannelli e tutti gli altri, che Daniele Callegari ha tenuto con nitidezza e braccio sicuro. Il violino di spalla dell'orchestra, sarà il dna verdiano, sarà la sua bravura, suona l’a solo del preludio come nessuno. Poco più in là, straordinario anche se non bellissimo a Bologna, I Puritani di Bellini. Per gli studiosi è attraente l’esecuzione di alcune parti che di solito sono tagliate, con il premio di un terzetto palpitante come quello del primo atto. Per gli appassionati del belcanto è eccitante la coppia dei protagonisti che affronta tutti gli acuti come sono scritti o proposti dall’autore, e che ha una grande grazia naturale nell’interpretazione musicale e scenica, la giovanissima georgiana Nino Machadze e il giovane divo peruviano Diego Florez. I due hanno un voce lirica ma ai confini con il genere leggero, e devono conquistarsi sul campo la fama dei grandi interpreti della memoria; ma poco a poco prendono convinzione, mostrano grande classe e alla fine, quando si slanciano sui loro sovracuti sbalorditivi ci entusiasmano. Il direttore Michele Mariotti dirige alla vecchia maniera, vivaci impulsi, buona sincronia, ma non dà a voci e strumenti uno stile; ad esempio le voci gravi D'Arcangelo, Viviani, Guagliardo cantano bene ma non immerse nel flusso avvolgente del canto belliniano. Lo spettacolo, tutto simboli e mossette lente, è firmato da Pier’Alli, e si limita a catalogare e stilizzare un modernariato poco eloquente. Nella grande scena di follia di lei, ad esempio, sei dame velate in nero agitano con garbo sei abat-jours a forma di palla. Ma chi le vuole? Comunque, la leggenda che l’Emilia è grande terra di melodramma è confermata. Andarci per crederlo. E tornare contenti.