Concerto trionfale a Lipsia del «Kapellmeister» Chailly

Il maestro italiano si è insediato al Gewandhaus accolto da una torta gigantesca

Alberto Cantù

da Lipsia

A Lipsia è tradizione che al suo insediamento, il Kapellmeister, deposta la bacchetta, scenda nei tre foyer del teatro per tagliare la prima fetta di una torta per duemila persone e incontri tutto il pubblico: lo conosca, ascolti le sue impressioni, ne diventi anzi «preda».
La consuetudine si è rinnovata ieri sera per Riccardo Chailly, al termine di un concerto applaudito a spellamano e dai formidabili auspici con la sorpresa di una gigantesca torta italiana e l’ultimo atto d’una giornata intera di festeggiamenti con la città invasa da manifesti di «Benvenuto Chailly».
Al mattino c’è stato l’incontro nella quadreria del Vecchio Municipio con le calorose espressioni augurali delle autorità, l’omaggio in musica del Quartetto del Gewandhaus (Beethoven e Dvorák), quello musicale di alcuni cantanti dell’Opera (arie di Rossini e Mozart) e dei famosi fanciulli del Thomanerchor col loro maestro Biller.
A seguire un filmato-ritratto del direttore, girato nei luoghi caratteristici della città, ad esempio la Thomaskirche dove Bach fu Kantor ed è sepolto o la casa di Schumann che fu anche docente in conservatorio. Il film viene trasmesso a ciclo continuo nella piazza della Sala da concerti di fronte all’Opera: titolo Una festa per Lipsia.
La sera, come si diceva, il concerto d’insediamento al Gewandhaus: quello ricostruito nel 1981, moderno come la Philharmonie di Berlino e com’essa con la ramificata dislocazione dei posti anche a lato del palcoscenico e dietro, sullo sfondo d’uno splendido organo. Sala un po’ burocratica ma funzionale, in stile Ddr, per una città che oscilla fra antichi e bei palazzi, casermoni della macchina comunista e la voglia di nuovo per cui ci sono lavori in corso praticamente dappertutto.
Certo. Il suono dell’orchestra con il più grande organico del mondo - 185 elementi, perché oltre a concerti e opere, provvede alla musica sacra nella Thomaskirche - era quell’oscuro e antico, dei profondi archi tedeschi, cui s’appaia il nerbo brunito degli ottoni. Con Chailly, però, la volontà di lavorare sull’«oro antico» della Gewandhaus per farne anche filigrane sottili, era subito evidente con la leggerezza fiabesca degli Elfi-violini nel Sogno da Shakespeare, la cantabilità d’una dolcezza, italiana e non tedesca, quasi insostenibile, l’energia, la gioia pura, la teatralità che la prima versione dell'Ouverture, capolavoro di un Mendelssohn diciassettenne, «sforzati» e accenti, emana aggressiva.
E poi, con il coro semiprofessionista del Gewandhaus e quello professionista dell’Opera, un Salmo 114 - ancora Mendelssohn - dove il tempo scorreva naturale, senza pesantezze o indugi retorici, fra luce smateriata ed energia giubilante di orchestra e coro: un coro dallo splendido afflato, duttile, tutto a ridosso dell’espressività della parola. Lo stesso coro che, ultimo e grande capitolo mendelssohniano, era mirabile coprotagonista della Sinfonia cantata Canto di gioia con i soprani Anne Schwanewilms, calda e limpida, e Petra-Maria Schnitzer, molto musicale, più il tenore Peter Seiffert, fin troppo esuberante.
Un Canto di gioia dove Chailly «inventa» atmosfere, colori e caratteri, legge l’Allegretto con un velo di nostalgia che stempera la danza e il Largo secondo un’interiorità da cui affiora un mare di ricordi. Quanto a Rihm la musica d’oggi è davvero, per lui, una seconda pelle.